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Bollette, giudici e propaganda: cronaca di un potere senza vergogna

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C’è una cosa che mi manda ai matti più del cinismo: la faccia come il culo di chi merita l’oro olimpico della menzogna seriale.

Partiamo dai cinque miliardi del Decreto Bollette. Detto così sembra un sogno per povery. Poi vai a vedere e scopri il bluff: quattro miliardi blindati per il sistema produttivo e un miliardo alle famiglie. È la gerarchia sociale scritta in grassetto.

Il racconto ufficiale è il solito “aiutiamo tutti” della politica. La traduzione per noi ostinati e contrari è invece un’altra: prima le imprese energivore, poi, se resta qualcosa, le persone che devono scegliere se pagare la luce o fare la spesa. Tant’è che per i nuclei più fragili è previsto un contributo una tantum da ben 115 Euro!

Ma il punto non è solo economico. E qui entra in scena Giorgia Meloni, che riesce nell’impresa di vendere questa roba come un atto di equità sociale. Con quella retorica per ignorantelli da madre della nazione che però, guarda caso, trova sempre il modo di coccolare i piani alti.

Restando sul fronte interno, si passa al video virale sul cittadino algerino e che ha come protagonista sempre lei, Giorgia. La narrazione è scontata quanto la trama di un film porno: colpa dei giudici. Sempre loro. Peccato solo che l’espulsione fosse già stata notificata nel 2024. E al Ministero dell’Interno chi c’era? Matteo Piantedosi. Ma dai? A nulla serve evidenziare che ai pochi giornalisti con la schiena ancora dritta che hanno fatto notare l’imbarazzante coincidenza ha fatto seguito un silenzio di tomba.

E allora che fanno i nostri eroi? Cambiano bersaglio. Spingono l’opinione pubblica a indignarsi contro la magistratura. Arrivano ad insinuare che con il SÌ al referendum le sentenze cambierebbero. Non è vero. La decisione del giudice sarebbe stata la stessa anche con la riforma di Nordio appesa nei cessi dei tribunali.

Così, quella che parte come l’ennesimo caso di incompetenza del governo, si tramuta in strategia comunicativa. Si prende un caso limite, lo si sbatte in faccia alle persone deboli d’intelletto, si accende la rabbia e la si indirizza altrove. Intanto le responsabilità politiche evaporano. È il copione collaudatissimo di ogni governo, ma questo non ha davvero rivali.

Funziona così: si governa con scelte che favoriscono strutturalmente chi sta sopra, poi si costruisce un nemico – i giudici, l’Europa, i migranti, le ONG, ‘sto cazzo – e si sposta il conflitto lì. È distrazione di massa organizzata.

Infine c’è la questione internazionale. E, se possibile, l’asticella si abbassa ancora.

Quando Antonio Tajani liquida il diritto internazionale come qualcosa che “conta fino a un certo punto”, già capisci l’aria che tira. Infatti a ruota arriva la partecipazione dell’Italia alla prima riunione del cosiddetto Board of Peace a Washington in qualità di paese osservatore. È questione di un attimo e il livello va giù così tanto da rendere improba l’impresa anche per un campione di limbo.

In pratica, la prode Galeazza Melonesi si reca ad omaggiare con la sua presenza un organismo privato, un club a inviti attuppato di affaristi e immobiliaristi della peggior risma, con fee di un miliardo di dollari per accedere e statuto che assegna la presidenza a vita al boss Donald Trump con diritto di veto su tutto. Non come presidente degli Stati Uniti, sia chiaro. Proprio come Donald Trump persona fisica.

Ora, chiunque abbia un minimo di allergia ai monarchi dovrebbe farsi due domande. Qui non parliamo di un forum multilaterale, ma di una corte. Una struttura in cui entri solo se ti invita il “sovrano” o se puoi permetterti il biglietto d’ingresso miliardario.  La scena è grottesca: mentre a casa i pronipoti della Premiata Salumeria Predappio predicano a testa alta sovranità e dignità nazionale, fuori vanno a fare tappezzeria nei salotti del potere globale privato. E il tutto viene venduto come “dialogo per la pace”. Pace decisa da chi? Da un board blindato, costruito come un consiglio di amministrazione permanente. Scusate patrioti, ma questa non è diplomazia, è politica che diviene fan club.

Il tratto che unisce tutto è l’ego. L’idea che la politica sia narrazione personale, carisma, verticalità. Che conti la foto con il leader globale più rumoroso, più che il dettaglio di bilancio che lascia il culo scoperto a mezzo Paese. Che basti un video ben montato per riscrivere la realtà. Ma la realtà è testarda. Sono i numeri del decreto. Sono le famiglie che non vedono quei quattro miliardi. È l’imbarazzo di sedersi in organismi privati a guida personalistica mentre si parla di democrazia a casa propria. È l’uso sistematico della rabbia come coperta per coprire il vuoto di preparazione. Non serve neanche alzare la voce. Basta mettere in fila i fatti.

Se questo è il nuovo realismo politico, allora sì, è devastante. Ma non per chi lo racconta. Per chi lo subisce. Il problema è la distanza sempre più sfacciata tra il racconto ufficiale e quello che succede davvero nel Paese. Il resto è propaganda. Con i filtri e le luci giuste. Ma sempre propaganda.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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