C’è una tentazione che ritorna ciclicamente nella politica italiana: trasformare ogni referendum in un plebiscito. Non importa il quesito e non importa la materia. A un certo punto la narrazione si contrae fino a divenire il vero quesito non scritto: “Stai con chi governa o vuoi vederlo cadere?”
Siamo arrivati al riflesso pavloviano di un sistema che non riesce più a discutere di contenuti senza personalizzarli, come se la politica fosse ormai solo un teatro di corpi e facce (perlopiù da culo), non di istituti e norme. E allora sì, anche questo referendum sulla giustizia rischia di diventare un voto su Giorgia Meloni, non perché lo sia in sé, ma perché lei per prima e poi il sistema lo renderanno tale.
La memoria e le assonanze corrono inevitabilmente al 4 dicembre 2016. Lì si consumò una verità che il potere finge sempre di dimenticare: quando si chiede un’investitura personale, ci si assume il rischio di trasformare ogni elettore in un giurato popolare. Renzi volle incarnare la riforma, cucirsela addosso e trasformarla in una sorta di autobiografia costituzionale. E gli italiani, come spesso accade, risposero più alla biografia che al testo. Non votarono un articolato, votarono un sentimento. E quel sentimento fu, banalmente, un “basta”. Basta arroganza.
La riforma poteva avere punti discutibili o condivisibili, ma fu travolta da un moto di rigetto che aveva poco a che fare con il bicameralismo e molto con il nervo scoperto della rappresentanza. A Renzi andò malissimo.
Ciò che si vide al tempo e che rischia di riproporsi a marzo è la potenziale ambiguità del referendum che, in un sistema mediatico saturo, si trasforma facilmente in una clava emotiva. In questa chiave di lettura la giustizia è materia perfetta per questa torsione. È viscerale, simbolica, moralizzata. Non la si percepisce come architettura istituzionale che promana dall’Illuminismo, ma come campo di battaglia etico. E quindi diventa facile farla slittare dal piano delle regole a quello delle identità: giustizialisti contro garantisti, élite contro popolo, toghe contro governo. Cheppalle!
Attenzione però, perché i referendum personalizzati non li vince quasi mai chi governa. Il voto plebiscitario tende a essere asimmetrico: il consenso è tiepido, il risentimento invece bollente. Il potere sottovaluta sempre questo squilibrio. Pensa che basti occupare il centro della scena per controllare la platea, ma la platea, quando sente odore di fregatura, si trasforma da agnello in carnefice.
È pur vero che non siamo nel 2016. Il contesto è mutato: il sistema è più logoro, ma anche più anestetizzato. Dieci anni di crisi permanenti — pandemie, guerre, inflazione, emergenze continue — hanno prodotto un bacino elettorale più stanco che arrabbiato. L’insurrezione emotiva è stata sostituita da una specie di cinismo rassegnato. E questo può sì cambiare la dinamica, ma fino a un certo punto.
Il referendum anti-leader funziona quando esiste ancora una fiducia latente nel fatto che “mandare a casa qualcuno” produca uno scarto reale. Diciamocelo chiaro: pensiamo davvero che da sinistra arrivino segnali che vadano oltre la narrazione delle ZTL? Da gente che vota in Europa League stesse porcate sul riarmo che ha votato Meloni, peraltro tradendo il suo elettorato di patrioti? Draghiana lei, draghiani loro. Dai su. Così, per quel che mi riguarda, Meloni può continuare a governare anche dopo la vittoria del NO, perché l’idea che sia il PD delle millemila anime a prendere per mano il Paese mi fa rabbrividire almeno quanto quella di pensare che ‘Gnazzio Benito assurga al Quirinale.
L’unica consolazione deriva dal fatto che le società sature di disillusione non sono pacificate, sono sospese. E nelle sospensioni basta poco per creare una crepa. Un referendum può diventare quella crepa se riesce a catalizzare un significato semplice: proteggere o punire. Se l’opposizione riuscirà a raccontarlo come un’occasione per fermare un potere percepito come invasivo del significato stesso della democrazia, allora la logica del 2016 può riattivarsi. Se invece il governo riuscirà a infiocchettarlo di pathos buono per binari e fallocefali, allora a prevalere sarà il tifo da stadio. E di quello la destra ne ha più della Juve.
C’è ancora un paradosso che la storia recente suggerisce: anche quando vinci, puoi perdere il senso di ciò che hai fatto. La riduzione dei parlamentari, che nel 2016 era un cavallo di battaglia simbolico, si è poi materializzata anni dopo in tutt’altro contesto politico. Questo ci dice che i referendum sono spesso dispositivi a tempo differito. Non producono solo effetti immediati, ma sedimentazioni. Spostano il senso comune, ridefiniscono ciò che diventa dicibile. Oggi dici “taglio dei parlamentari” e nessuno si scandalizza più. Domani potremmo dire lo stesso di alcune idee sulla giustizia.
Allora forse la domanda più radicale non è se questo referendum sarà un voto su Meloni, ma cosa resterà dopo. Quale immaginario giuridico si consoliderà, quale rapporto tra cittadini e istituzioni verrà ulteriormente eroso o ricostruito. Perché il vero terreno della politica contemporanea non è la legge in sé, ma il racconto che la circonda.
L’anarcoinsurrezionalista, in fondo, diffida di entrambe le narrazioni: quella del potere che sacralizza il voto quando pensa di vincere, e quella dell’opposizione che lo mitizza come atto liberatorio. Sa che il sistema metabolizza tutto. Ma sa anche che ogni volta che il popolo viene chiamato a pronunciarsi su un leader travestito da quesito, si apre una faglia. E nelle faglie, a volte, passa luce. Altre volte polvere. Ma mai nulla resta davvero com’era prima.
Lasciatemi almeno quest’illusione.
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