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Sembra di vivere nel Matrix. Però senza ‘na gioia

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È sempre una buona occasione,  per un appassionato di sci-fi, quella di parlare di Matrix, un film che ha rivoluzionato il genere con una straordinaria idea narrativa. Mi riferisco al primo episodio, perché i sequel sono roba buona solo ad allungare il brodo e a far guadagnare le case di produzione.

La straordinaria rivoluzione narrativa del film è quella di aver sviluppato un’idea che si muove a cavallo tra due contesti in cui il presente e il futuro sono, ahimè, due facce della stessa medaglia ed entrambe poco rassicuranti.

La trama si sviluppa partendo dal rovesciamento del  concetto di risorsa naturale: in Matrix non è l’uomo che si nutre, seppur avidamente e indiscriminatamente della natura, ma sono le macchine senzienti che si nutrono dei potenziali elettrici dell’uomo, proprio come il peggior vampiro partorito da Bram Stoker.

Quando Morpheus viene catturato, l’Agente Smith gli si avvicina e gli parla con la parte più senziente del suo sé artificiale. In sostanza Smith dà sfogo a una forma di nevrosi molto umana, l’antropocentrismo, rivolgendo al prigioniero il monologo che segue:

“Desidero condividere con te una geniale intuizione che ho avuto durante la mia missione qui. Mi è capitato mentre cercavo di classificare la vostra specie. Improvvisamente ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus. Gli esseri umani sono un’infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga. E noi siamo la cura.”

Ciò che rende interessante il  personaggio di Smith sotto l’aspetto narrativo è che, nonostante egli sia il “villain”, il nemico da battere, il punto di vista che esprime non è per nulla sbagliato. Se non fosse che ora sono le macchine ad essersi trasformate negli umani di un tempo e gli umani sono la natura che si ribella.

Le sorelle Wachowski (fratelli nel 1999, l’anno di uscita del film), due genialoidi borderline che hanno dato tutto con questo soggetto, si sono  ispirati, indovinate un po’, alle radici della nostra specie. La loro visione rielabora infatti il concetto di realtà e illusione, ispirandosi direttamente al “Mito della caverna” di Platone, in cui l’interpretazione di ciò che è reale è fortemente soggettiva e limitata dal contesto che si vive. Ma non solo. Lo stesso concetto di scelta di fronte al dilemma della pillola rossa e della pillola blu, che tanti meme cazzari ha originato, è in realtà un principio riconosciuto dalla filosofia buddhista e che può essere riassunto come “seguire il dharma”, vale a dire ricercare l’illuminazione e la chiarezza mentale per vedere le cose come realmente sono e dare loro il giusto peso.

Ok, fin qua il pippone, ma qual è il nesso con il nostro presente?

Come scrivevo l’altro giorno citando Wolfgang Streeck, ho sempre maggiori difficoltà a credere che le crisi debbano risolversi sempre positivamente. Quando sono di pessimo umore, non ci sono pillole colorate per me, ma vado direttamente (con tutti i miei limiti) oltre il pensiero dello studioso tedesco, arrivando a pensare che lo stato di crisi permanente sia il Matrix in cui viviamo e che, senza il “risveglio” di qualche Mr. Anderson, continueremo a dormire nei nostri gusci gelatinosi, sperando che gli incubi tocchino agli altri.

Ecco perché, ad esempio, Israele non è la pillola rossa di quella terra martoriata che è, oggi più che mai, la Palestina, così come non lo è Hamas. Al contrario sono drammaticamente sinergiche l’una all’altra.

Senza contare che da entrambe le parti siamo pieni di agenti Smith.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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