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Verso l’infinito e oltre

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Nella Lega si preparano alla conta. Non quella dei voti, lì ha pensato VannaXi a rendergliela snella. Mi riferisco a quella dei coltelli. Prima o poi qualcuno dovrà capire quanti ne ha in tasca e quanti gliene hanno già piantati nella schiena. Intanto Salvini resta lì, con quell’aria da ministro del niente che ha attraversato governi, maggioranze, felpe, mojito, ruspe, sovranismi vari e una quantità di giravolte che basterebbe a far girare la testa persino a un “trasformista” come Arturo Brachetti. Ma la politica italiana ha una memoria selettiva: dimentica tutto, soprattutto quello che dovrebbe ricordare.

In Forza Italia, invece, Tajani deve guardarsi da Marina Berlusconi. Che già detta così sembra una roba uscita da “Succession”, l’ultima fiction girata a Cologno Monzese, con i figli del capitalismo d’assalto italiano che rivendicano la proprietà del partito mentre fuori il Paese continua a pagare il conto.

Solo Gioggia sembra avere il feudo sotto controllo. E come potrebbe essere diversamente? Lo ha imbottito di così tanti parenti, amici, fedelissimi e minchioni da trasformarlo in una specie di grande famiglia allargata in cui la meritocrazia consiste soprattutto nel conoscere qualcuno che conosce qualcuno che conosce lei.

Questa, signore e signori, è la classe dirigente della nazione, quella che dovrebbe guidarci “verso l’infinito e oltre”. Quella che dovrebbe restituire all’Italia sovranità, prestigio, centralità internazionale, prosperità, sicurezza, ordine, famiglia, tradizione e probabilmente anche la Gioconda e la Lira.

Il problema è che fuori dal raccordo anulare della propaganda succede un’altra cosa.

L’Europa guarda l’Italia e vede un paese che parla continuamente di sovranità mentre dipende dall’Europa per una quantità impressionante di cose, che parla di centralità mentre conta sempre meno, che invoca l’autarchia mentre l’economia è infilata fino al collo nelle catene del mercato globale e che, sul piano della produzione concettuale, ha assistito al passaggio dal Decameron di Genny Sangiuliano al “Man in Black” Giuli. Da Boccaccio a Hollywood con una spruzzatina di Evola e Tolkien. Mecojoni!

Solo adesso ci sorprendiamo se gli altri ci trattano per quello che siamo diventati: una potenza regionale con ambizioni da impero, proprio come ai tempi del pendolo di Piazzale Loreto, con una classe dirigente che confonde il patriottismo con la scenografia e un sistema economico che continua a funzionare soltanto finché c’è qualcuno da sfruttare.

Quello nostro è uno psicodramma da cortile. Fuori, nell’Europa vera, si è capito da tempo cos’è diventata l’Italietta meloniana: un’autarchia patetica, sovranista a parole, irrilevante nei fatti, terribilmente ignorante ed economicamente sempre più su un piano inclinato. E quando si è irrilevanti, fragili e non si capisce un cazzo, non si tratta: si subisce. Così l’Europa ora pensa di scaricarci addosso quote di migranti come il capufficio scarica un problema sul sottoposto che passava da quelle parti. Il sovranismo, quando è debole, non produce sovranità: produce subalternità con la bandiera.

E qui la coerenza del sistema è totale: il mercato che rende non si tocca. Non lo tocca Meloni, non lo toccherebbe nessun governo alternativo pensabile nell’orizzonte attuale. Perché il vero potere non è nei palazzi della politica che si guardano in cagnesco, ma nella cornice fuori discussione dentro cui tutti i palazzi devono operare. È lì che Gramsci ci aveva visto giusto: l’egemonia non ha bisogno di consenso entusiasta, le basta l’assenza di alternative pensabili. E Pasolini, cinquant’anni fa e più, l’omologazione l’aveva già vista arrivare non come imposizione ma come desiderio indotto, ovvero la sudditanza volontaria del consumatore che oggi chiamiamo cittadino.

Debord direbbe che stiamo guardando lo spettacolo della conta interna proprio per non guardare quello che sta sotto: la spettacolarizzazione del conflitto (Lega contro Lega, Marina contro Antonio, Gioggia insidiata a dx da VannaXi) come diversivo perfetto rispetto al fatto che il conflitto vero — capitale contro lavoro — non è nemmeno rappresentato in agenda. Ed è il “realismo capitalista” di Mark Fisher a spiegare perché nessuno, nemmeno a sinistra, sappia più immaginare un’uscita: manca proprio la categoria mentale.

Lo ha scritto meglio di chiunque altro l’attivista australiano Jeff Sparrow: “tutto quello che temevamo dal comunismo — perdere la casa, i risparmi, essere costretti a lavorare per salari da fame senza voce in capitolo — è diventato realtà col capitalismo”. Non è un paradosso, è la diagnosi esatta del presente. E Alessandro Volpi lo misura in numeri, quando racconta come la finanziarizzazione abbia reso strutturale proprio quello scenario: non un’eccezione della crisi, ma l’architettura ordinaria del sistema.

Forse è questa la mutazione antropologica definitiva di cui parlava Pasolini. Non siamo diventati tutti fascisti e neppure tutti comunisti. Siamo diventati qualcosa di molto più utile: consumatori politici.

Compriamo odio a destra, indignazione da pergolato a sinistra e Marattin al centro: identità in offerta speciale. Cambiamo prodotto quando quello vecchio non funziona più, ma continuiamo ad andare nello stesso supermercato. Sugli scaffali non c’è nessuna redistribuzione della sofferenza, ma solo la stessa architettura di sempre: il capitale decide dove va la manodopera di riserva, e i governi – di destra come di sinistra, perché ormai è la stessa faccia con due maschere – eseguono l’ordine.

Il volantino pubblicitario è sempre lo stesso: la destra fa leva sull’ignoranza e la paura per conservare le condizioni che ne producono il consenso, perché sennò che fa, parla del caro benzina o dei salari demmerda? La sinistra propone le stesse politiche, ma con gli accenti, la consecutio e le h al posto giusto. Perché si sappia che i progressisti, almeno nella forma, sono loro.

Siamo come un Walmart, però di Ceausescu.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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