Questa storia di Lavitola e Ranucci è talmente italiana che a un certo punto viene il sospetto che qualcuno abbia scritto la sceneggiatura durante una cena, fra l’abbacchio e un giro di troppo di amari.
C’è il giornalista d’inchiesta. C’è il faccendiere. C’è l’amicizia fraterna. C’è la fonte confidenziale. C’è il sondaggio per capire se il giornalista può diventare candidato premier. Ci sono Mieli e Cappellini che vengono consultati per costruire il sondaggio. E poi c’è una bomba davanti alla casa del giornalista, commissionata, secondo la confessione dello stesso Lavitola, non per ammazzarlo ma, udite udite, per proteggerlo e fargli aumentare la scorta. È l’attentato d’amore!
A questo punto manca soltanto che Lavitola riveli chi ha ucciso Kennedy, ma forse lo dirà a Porro o Del Debbio. Il fatto è che qua, tolto il sarcasmo, resta la merda. E sembra essercene davvero parecchia.
Lavitola non era semplicemente un conoscente di Ranucci. Era una fonte di Report e contemporaneamente un amico molto stretto. Ranucci ha raccontato di averlo conosciuto professionalmente attraverso alcune inchieste e di avere utilizzato le sue informazioni. Poi il rapporto è diventato personale.
Ok, una fonte può essere un faccendiere. Può essere un delinquente, un politico, un imprenditore, un mafioso, uno sbirro, un funzionario infedele o un qualunque figlio di mignotta che abbia una storia da raccontare. Il giornalismo d’inchiesta vive anche di questo. Il problema non è tanto aprire i tombini, fare risalire il marcio e parlarci. Il problema è quando il marcio smette di essere soltanto una fonte e diventa uno che entra nella tua vita e contemporaneamente continua a fornirti materiale per il tuo lavoro.
Lavitola, insomma, non stava semplicemente dall’altra parte del telefono. Era dentro la rete personale di Ranucci. E, mentre ci stava, coltivava pure un progetto politico: trasformare quello stesso giornalista in un candidato del centrosinistra. Non una chiacchiera da bar, ma un sondaggio strutturato, un questionario e i contatti con dei boss del settore. Lavitola si rivolge a Stefano Cappellini, parla con Paolo Mieli, cerca indicazioni su come costruire e valutare l’operazione. Ranucci stesso ammette di avere visto il questionario e di averne corretto alcuni punti.
Mieli e Cappellini non sono accusati di avere partecipato all’attentato e non c’è bisogno di trasformare una telefonata in una cellula clandestina. Cappellini sostiene di avere scoperto solo successivamente che il nome del candidato fosse quello di Ranucci e di avere considerato la candidatura una follia. Mieli sostiene di non avere neppure saputo chi fosse “Mr. X”.
Benissimo.
Ma allora la domanda diventa un’altra.
Che cazzo ci faceva Lavitola al telefono con questa gente per costruire un sondaggio sulla candidatura di un giornalista? E soprattutto: come cazzo faceva a muoversi con tanta, troppa naturalezza? Perché questa è la parte che trovo più interessante della faccenda. Non il romanzo criminale. Non il gombloddo universale. Non la gara a stabilire chi ci sia dietro la bomba. No, è proprio la rete.
Lavitola conosce Ranucci. È suo amico. È una sua fonte. Frequenta ambienti politici e giornalistici. Contatta Cappellini. Parla con Mieli. Immagina Ranucci a Palazzo Chigi. Organizza un sondaggio. Discute il questionario con lo stesso Ranucci. E alla fine, secondo la sua confessione, commissiona una bomba davanti a casa dell’amico per proteggerlo. Se uno raccontasse tutto questo come plot di una puntata di Report, lo stesso Ranucci gli direbbe che sta esagerando.
E invece siamo qui.
Questa è la fisiologia dell’oligarchia editoriale italiana. Non necessariamente una riunione segreta di vecchiacci con il sigaro e la camicia chiazzata in una stanza buia. Molto più banalmente, siamo in presenza di un numero ristretto di persone che si conoscono, si frequentano, si telefonano, si danno consigli, si passano informazioni, valutano candidature, misurano il consenso e finiscono per ritrovarsi sempre negli stessi giri.
Non serve che siano tutti d’accordo.
Non serve nemmeno che si vogliano bene.
È sufficiente che si conoscano. Il sistema funziona proprio così. Ognuno fa la sua telefonata, dà il suo consiglio, passa la sua informazione, mette a disposizione il suo contatto. Quando la faccenda diventa imbarazzante, arriva la spiegazione individuale: «Mi sono fatto coinvolgere ingenuamente». «Non sapevo chi fosse». «Pensavo fosse soltanto un sondaggio». «Non conoscevo tutti i dettagli». «È stato Oswald».
Può anche essere tutto vero. Ma quando una quantità sufficiente di persone si lascia coinvolgere ingenuamente nello stesso meccanismo, forse il problema non è più l’ingenuità individuale. È il meccanismo. È una classe dirigente che non ha bisogno di dichiararsi tale perché si riconosce già dai numeri di telefono.
E la cosa bella è che questa rete non ha colore politico. Cambiano i governi, cambiano le maggioranze, cambiano i partiti, cambiano i giornali che si danno battaglia ogni giorno sulle prime pagine, ma quando arriva il momento di trovare un candidato, fare un sondaggio, chiedere un parere o aprire una porta, le persone continuano a incontrarsi negli stessi corridoi. Poi magari in televisione si accusano reciprocamente di essere il regime.
È questa la parte che mi fa ridere. Ranucci, naturalmente, non è per questo il burattino di Lavitola. Mieli non diventa il grande tessitore. Cappellini non diventa un complice. E Lavitola non diventa automaticamente il capo di una Spectre nazionale.
Ora io qua, da lettore che diventa per un attimo notaio del reale – e che reale! – non ho bisogno di inventare nulla, perché fanno tutto loro. Vedo un faccendiere che diventa fonte di un giornalista d’inchiesta e poi suo amico personale. Poi vedo lo stesso faccendiere che pensa di costruire una candidatura politica per quell’amico e che, per farlo, entra in contatto con i pezzi da novanta del mondo editoriale. Infine c’è il giornalista che, pur dichiarando di non volere la candidatura, mette mano al questionario. E abbiamo lo stesso uomo che ammette di avere ordinato l’attentato contro l’amico sostenendo di averlo fatto per il suo bene.
Questa non è una storia che ha bisogno di essere caricata: è già caricatura.
E qui torniamo alla questione della fonte.
Ranucci utilizzava le soffiate di un faccendiere. Legittimo. Un giornalista non deve necessariamente chiedere il certificato di buona condotta alle proprie fonti. Anzi, spesso le informazioni migliori arrivano proprio da quelli che hanno le mani in pasta. Ma se quella fonte diventa amico fraterno, frequentatore della famiglia, interlocutore quotidiano e, contemporaneamente, uomo che pensa alla tua carriera politica, allora la distanza professionale comincia a diventare un concetto piuttosto elastico. E quando quella stessa persona finisce accusata di averti messo una bomba sotto il culo, tutto ciò che prima poteva essere raccontato come una relazione personale diventa improvvisamente materiale da interrogatorio in Procura.
Forse il potere ha incastrato Ranucci perché Gioggia e i suoi scherani erano stufi di farsi pizzicare. O forse no. Sarà la magistratura a stabilirlo, sempre che riesca a ricostruire questa matassa senza finire essa stessa dentro la rete di conoscenze, telefonate e relazioni che la storia sta facendo emergere.
Ma c’è una cosa che trovo alquanto evidente. Se il potere voleva mettere Ranucci in difficoltà, non aveva bisogno di costruire un complotto sofisticato. Bastava aspettare che qualcuno accendesse la luce. Perché sotto quella luce non c’è soltanto Lavitola. C’è un pezzo di quel mondo nel quale giornalismo, politica, relazioni personali, fonti e carriere vivono abbastanza vicini da scambiarsi continuamente di posto.
E poi ci meravigliamo quando salta fuori una bomba!
Io, sinceramente, mi sarei meravigliato di più se fosse rimasto tutto tranquillo.
In fondo mancava soltanto Kennedy.
Ma forse Lavitola tiene il nome del vero assassino per il prossimo sondaggio.
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