Il giornalismo è diventato il servizio clienti del potere. Basta un sasso, possibilmente lanciato davanti a una telecamera, e il lavoro è fatto: le ragioni della protesta possono accomodarsi in sala d’attesa, mentre il telegiornale apre con gli scontri, il commentatore di turno spiega che la violenza non è mai la soluzione e il politico di riferimento scopre improvvisamente di avere a cuore la legalità. Tutti soddisfatti, soprattutto quelli che avrebbero dovuto rispondere alle domande dei manifestanti.
Gioggia sa benissimo che il sasso è un regalo. Non perché ci siano prove che a lanciarlo sia qualcuno mandato da lei, circostanza che sarebbe tutta da dimostrare, ma perché chi lo scaglia le fa gratis un lavoro che nessun ufficio stampa ministeriale saprebbe fare con altrettanta efficacia. Trasforma una protesta sacrosanta in un problema di ordine pubblico, sostituisce le domande con le condanne e permette a chi governa di presentarsi come la soluzione al disordine di cui dovrebbe anche spiegare le cause. Che poi qualcuno abbia interesse a confezionare il regalo è un altro discorso. Il dubbio viene, ma non serve inventarsi un complotto quando basta osservare a chi torna utile il risultato.
A Torino il sindaco ha invitato a isolare i teppisti. Genio! Peccato che i cazzi comincino quando questa ovvia distinzione diventa l’unico discorso pubblico, perché a quel punto non si tratta più di capire che cosa stia succedendo, ma di stabilire chi meriti la nostra indignazione. Una volta distribuite le parti, sipario.
Nel frattempo Valditara può respirare. Nessuno gli chiederà conto delle aule che cadono a pezzi, dei cessi rotti, degli insegnanti precari e di una scuola pubblica alla quale si continua a chiedere di fare miracoli con quello che le resta. E, già che ci siamo, nessuno dovrà spiegare perché il carovita mangi stipendi che non riescono più a stare dietro alle spese, mentre chi protesta viene invitato a farlo con garbo, possibilmente senza disturbare la circolazione e soprattutto senza rovinare la fotografia del Paese che il governo vorrebbe vendere.
È così che il potere si fabbrica la propria innocenza: sposta il fuoco dalla sostanza alle modalità, dalle ragioni di chi protesta al comportamento di chi protesta, dai fallimenti di chi governa alle colpe di chi gli ricorda che esistono. Non deve nemmeno censurare il dissenso. Gli basta aspettare che qualcuno gli offra l’immagine giusta, poi lasciare che il circuito dell’informazione faccia il resto. È Il giornalismo embedded, baby!
Il buono e il cattivo è una distinzione che serve a chi comanda quando diventa un modo per puntare il dito ovunque tranne che sui propri fallimenti.
Capita quando si decide che per governare il Paese può andare bene una coatta.
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