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Gioggia, la finanziaria e le pezze al culo

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Adesso ho capito la fotografia! Non era la più amata dagli italiani sul red carpet e neppure il provino per la parte della governante di una residenza per reduci repubblichini.

Era una prova costume.

Si avvicina la finanziaria e Gioggia ha bisogno di un nuovo look: meno presidente del Consiglio, più madre della patria, possibilmente con gli occhi lucidi e l’espressione di chi vorrebbe regalare il benessere a tutti, ma purtroppo qualcuno le ha nascosto il portafoglio.

La questione, naturalmente, non è estetica. È che la legge di bilancio ha un difetto imperdonabile: prima o poi bisogna scriverla, trovare i soldi e mettere le cifre nelle caselle giuste. Fino a quel momento puoi promettere qualsiasi cosa, perché il consenso elettorale è una merce che si vende benissimo a credito, soprattutto quando a pagare il conto saranno altri.

Il problema comincia quando la propaganda incontra la calcolatrice. Lì non bastano più il patriottismo, la famiglia tradizionale e il solito repertorio di nemici esterni e interni. Bisogna spiegare perché il lavoratore che arriva a fine mese con il fiatone dovrebbe essere felice di un taglio fiscale che magari non lo riguarda, perché il pensionato dovrebbe applaudire una promessa di aumento che deve ancora trovare copertura e perché l’automobilista dovrebbe festeggiare l’abolizione del bollo quando la stessa presidente del Consiglio ha già chiarito che il bollo non sparirà l’anno prossimo.

È qui che il governo di Gioggia entra nella sua stagione preferita: quella in cui la realtà deve essere amministrata senza disturbare troppo la narrazione che l’ha preceduta.

Il catalogo è meraviglioso. Meno Irpef, tredicesime detassate, pensioni anticipate, pensioni minime più alte, agevolazioni per i giovani, flat tax più generosa per gli autonomi, incentivi alle imprese, aiuti alle famiglie, più risorse alla Sanità e persino l’eliminazione del bollo auto. Manca soltanto un bonus per chi non sputa sul televisore ascoltando Gioggia sproloquiare da Vespa scambiando Porta a Porta per il tristemente noto balcone di zio Benny.

(Pausa bestemmia)

Il punto non è che ogni singola misura sia necessariamente sbagliata. Il punto è che ogni misura ha un costo, ogni costo richiede una copertura e ogni copertura implica una scelta politica. Se riduci le entrate senza ridurre le spese, devi trovare i soldi altrove; se aumenti le spese senza aumentare le entrate, ti devi indebitare; se non vuoi fare né l’una né l’altra cosa, devi rinunciare a qualcosa. Non è una teoria economica rivoluzionaria, è aritmetica di base.

La finanziaria, insomma, è il momento in cui il governo dovrebbe smettere di raccontare quanto è generoso e cominciare a spiegare con chi intende esserlo, quanto vuole spendere e, soprattutto, chi dovrà pagare la differenza. Perché distribuire benefici ad cazzum è un esercizio di comunicazione, mentre decidere come distribuire risorse scarse è un esercizio di potere. E il potere, quando deve scegliere, rivela sempre qualcosa che la propaganda preferirebbe tenere nascosto.

Prendiamo il taglio dell’Irpef, il provvedimento destinato a diventare la medaglia da appuntarsi sul petto. L’ipotesi circolata è estendere l’aliquota del 33 per cento fino a 60.000 euro, riducendo l’imposta sulla parte di reddito oggi tassata al 43 per cento fra 50.000 e 60.000 euro. Il beneficio, dunque, si concentrerebbe su quella fascia di reddito, anziché distribuirsi uniformemente fra tutti coloro che vengono evocati nelle conferenze stampa sotto l’etichetta rassicurante di ceto medio.
Per chi guadagna 55.000 euro lordi, il risparmio teorico sulla parte interessata sarebbe di circa 500 euro l’anno; per chi arriva a 60.000 euro, di circa 1.000 euro. Non è una fortuna che cambia la vita, ma è abbastanza per costruire una campagna di comunicazione e presentare il governo come il benefattore dei contribuenti.

Chi guadagna 25.000, 30.000 o 40.000 euretti, invece, non avrebbe un beneficio aggiuntivo da questa specifica estensione, perché il suo reddito non raggiunge la fascia interessata. Eppure è proprio quel lavoratore che si sente continuamente dire di appartenere al ceto medio in difficoltà, mentre vede aumentare il costo della spesa, dell’energia, della scuola dei figli e di tutto ciò che non può decidere di non comprare.

Naturalmente il governo può sostenere che il taglio fiscale sia rivolto a una fascia precisa e che le risorse disponibili non consentano di fare tutto. Sarebbe un argomento legittimo, se venisse presentato per quello che è: una scelta distributiva e non la restituzione di un po’ prosperità a chi già fatica. Questa si chiama redistribuzione: la differenza racchiusa in un prefisso.

Il capolavoro della comunicazione politica consiste proprio nel trasformare un beneficio circoscritto in una vittoria collettiva, lasciando che anche chi non  ricaverà una beata minchia si senta parte della festa. Il contribuente escluso applaude il taglio delle tasse come se fosse il destinatario, il lavoratore con lo stipendio fermo si identifica con il benessere promesso e chi aspetta una visita specialistica può sempre consolarsi pensando che, almeno, il governo ha le idee chiare. È la solidarietà nazionale nella sua versione più economica: tu paghi, qualcun altro risparmia, ma la vittoria è di tutti.

Poi c’è la tredicesima detassata, una di quelle formule che sembrano costruite apposta per essere ripetute senza bisogno di capirle. Chi non vorrebbe pagare meno tasse sulla tredicesima? Il problema è che la parola detassazione non contiene, da sola, alcuna informazione sufficiente. Bisogna sapere quali redditi saranno ammessi, quale aliquota si applicherà, quale sarà il limite dell’agevolazione e quanto costerà allo Stato. Senza questi dettagli, la promessa vale quanto un buono sconto da Zara ma spendibile da Desigual.

La politica ha imparato da tempo che non serve mentire apertamente quando si può lasciare che gli altri completino da soli la frase. Basta annunciare una promessa abbastanza generosa da suscitare un’aspettativa  abbastanza vaga da consentire, in seguito, di restringerla senza ammettere di aver cambiato discorso. La promessa rimane intatta, il beneficio si rimpicciolisce e la delusione, quando arriva, può sempre essere attribuita a qualche impedimento tecnico, all’Europa, ai governi precedenti o a un complotto di kattivoni komunisti.

Ma arriviamo alla ciccia, ovvero al punto in cui la faccenda smette di essere soltanto una questione di comunicazione e si traduce in statue di marmo da cagare.

Il governo ha chiesto flessibilità europea per circa 29 miliardi nel biennio 2027-2028, una cifra importante che, distribuita sui due anni, equivale a circa 14,5 miliardi l’anno. Ma non si tratta di un tesoretto utilizzabile per finanziare qualsiasi promessa elettorale: la flessibilità è legata a specifiche spese per difesa ed energia e comporta un aumento del disavanzo. Il quadro programmatico presentato a ottobre prevede infatti un deficit del 3,4% del Pil nel 2027 e del 3,2% nel 2028.

Tradotto dal burocratese: non sono soldi piovuti dal cielo, ma margini per spendere di più indebitandosi entro condizioni precise. Il debito non è una bestemmia economica in sé, perché può servire a finanziare investimenti utili e a sostenere l’economia nei momenti difficili. Diventa però una questione politica quando si presenta la possibilità di indebitarsi per determinate finalità come se fosse una disponibilità generale buona per finanziare qualunque desiderio del governo.

La differenza non è secondaria. Se una parte di quel margine viene destinata alla difesa e un’altra alla sicurezza energetica, non puoi conteggiare lo stesso denaro una seconda volta per pagare il taglio dell’Irpef, aumentare le pensioni, finanziare la Sanità e abolire il bollo. La stessa banconota non può entrare in cinque portafogli soltanto perché cinque ministri ne hanno annunciato l’arrivo.

E allora la domanda diventa inevitabile: con quali risorse si intendono finanziare le altre promesse? Per ora si parla di contributi da parte delle banche e delle società energetiche, ma la trattativa non equivale a un gettito già acquisito. Reuters e i quotidiani economici hanno riferito che il governo sta discutendo con banche e imprese energetiche possibili contributi per il 2027, mentre restano aperte le questioni relative alle modalità e alla portata dell’intervento.

Qui il teatro della politica offre una scena particolarmente istruttiva. Le banche devono contribuire, le imprese energetiche collaborare, le famiglie devono essere aiutate, i lavoratori devono pagare meno tasse e le imprese devono ricevere incentivi. Tutti devono essere soddisfatti, possibilmente nello stesso momento, senza che nessuno spieghi con chiarezza chi rinuncerà a cosa quando la somma delle richieste supererà le risorse disponibili.

È il socialismo delle promesse che cozza con il capitalismo delle fatture: il governo distribuisce verbalmente a tutti, mentre la realtà presenta il conto a qualcuno. A questo punto la questione decisiva non è stabilire se una singola agevolazione sia utile, ma capire quale gerarchia di priorità emerga dal complesso delle scelte.

La Sanità, per esempio, non ha bisogno di una fotografia rassicurante. Ha bisogno di personale, strutture, attrezzature, tempi d’attesa ragionevoli e servizi accessibili a chi non può permettersi di pagare due volte: prima attraverso le imposte e poi attraverso una prestazione privata. Se le Regioni chiedono risorse aggiuntive e i cittadini continuano a sperimentare le difficoltà del servizio pubblico, non basta inserire la parola sanità nell’elenco delle promesse per trasformarla in una priorità finanziata.

Lo stesso discorso vale per i salari. Una riduzione fiscale può aumentare il netto disponibile, ma non sostituisce una politica capace di affrontare la debolezza delle retribuzioni, la precarietà e la perdita di potere d’acquisto. Confondere le due cose significa vendere un intervento temporaneo o circoscritto come se risolvesse un problema strutturale.

Il punto è che il bonus si fotografa bene, la riforma strutturale molto meno. Il bonus ha un nome, una conferenza stampa, il rossetto rosso fuoco e le extension da mettere sui manifesti; una politica seria sui salari richiede invece di misurarsi con i rapporti di forza fra lavoro e impresa, con la contrattazione, con la produttività e con il modo in cui viene distribuita la ricchezza prodotta. E allora vai di capello stirato e faccia contrita sul palco di Assolombarda.

È così che Gioggia cambia faccia.

Ecco perché la fotografia, adesso, mi sembra più interessante. Il volto raggiante della Fashion Week di qualche giorno fa diventa improvvisamente la faccina triste di quando le risorse scarseggiano, le promesse si accavallano e le coperture sono ancora oggetto di trattativa.

E qui arriviamo agli analfaby, categoria nella quale non metto chi ha studiato poco, chi fatica a leggere un documento di bilancio o chi non possiede gli strumenti per districarsi fra aliquote e clausole europee. Quelli sono problemi di istruzione, di tempo e di accesso alle informazioni, non difetti morali. Parlo dei fan della Fatina Azzurra della Sfiga, quelli che hanno rinunciato a capire preferendo l’identificazione con il capo alla verifica delle sue promesse. Non è una questione di quoziente intellettivo. È una questione di dipendenza politica, alimentata da una comunicazione che trasforma i cittadini in tifoserie e i problemi materiali in prove di fedeltà.

Ma toh guarda, il gregge è quasi sempre lo stesso!

Se il governo non trova le coperture, la colpa sarà dell’Europa. Se il taglio delle tasse non arriva a tutti, sarà perché non ci sono abbastanza risorse. Se la Sanità non migliora, sarà colpa delle Regioni. Se il bollo non scompare, bisognerà spiegare che la promessa era più complicata di quanto sembrasse. La realtà produce sempre una spiegazione alternativa, purché nessuno pretenda di ricostruire la sequenza delle decisioni e verificare chi ne abbia tratto vantaggio. Il consenso, in questo modo, non nasce dalla corrispondenza fra promesse e risultati, ma dalla capacità di mantenere intatto il racconto anche quando i risultati lo contraddicono.

La finanziaria è il momento in cui questa costruzione deve affrontare la prova dei fatti. Le cifre possono ancora cambiare, le misure annunciate possono essere corrette, ridimensionate o sostituite, e sarebbe scorretto trattare ogni ipotesi come se fosse già una norma approvata. Ma proprio per questo occorre distinguere fra ciò che il governo promette, ciò che ha deciso, ciò che può finanziare e ciò che resta subordinato a coperture ancora da trovare.

(Pausa salivazione azzerata)

Non è un dettaglio da ragionieri. È il confine fra la politica come amministrazione delle risorse collettive e la politica come produzione a nastro di aspettative. La prima comporta scelte, priorità, rinunce e responsabilità. La seconda può permettersi di promettere tutto a tutti, perché il suo prodotto non è il benessere materiale, ma la sensazione che qualcuno stia finalmente pensando a te. E quando la sensazione non basta più, quando lo stipendio finisce prima del mese, quando la visita medica diventa una “prestazione a carico dell’assistito”, quando la pensione non tiene il passo con il costo della vita, allora il governo deve cambiare racconto. Non necessariamente le politiche: il racconto. Un nemico nuovo, un’emergenza, un complotto, i maranza, una moschea. Insomma, un’altra fotografia.

Perché la questione non è che Gioggia non sappia trovare una posa convincente. È che nessuna posa può sostituire una copertura finanziaria. Possiamo anche discutere per ore dell’espressione del volto, di trucco e parrucco, ma siamo fermi alla scenografia.

(Pausa sconsolata)

E dunque, mentre Gioggia prepara il nuovo look per la stagione della finanziaria, noi prepariamoci a fare una cosa rivoluzionaria: leggiamo le cifre, controlliamo le coperture e verifichiamo chi paga. Facciamo una cosa a cui ci siamo disabituati: informiamoci!

(Porcoddio)

Perché l’unica cosa vera è che abbiamo le pezze al culo, ma almeno evitiamo di scambiarle per una bandiera.

La propaganda è bellissima.

Peccato che non sia una voce di bilancio.

(Applausi. Lancio di reggiseni. Qualcuno in sala che grida Gioggia sukaaa! I credenti escono scandalizzati. Io che ringrazio tutti, acchiappo un reggitette e lo aggiungo alla mia collezione).

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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