Prima di lanciarmi nella solita invettiva anarconichilista, conviene chiarire una cosa: qui non si tratta di stabilire se Salvini, La Russa e Gioggia siano persone più o meno presentabili, più o meno competenti o più o meno degne di stare davanti a una telecamera. Si tratta di capire che cosa racconti di noi il fatto che occupino ruoli apicali nello Stato e che la loro presenza venga percepita come normale, se non addirittura desiderabile. La loro ascesa non è un incidente folkloristico, ma il sintomo di una trasformazione profonda della politica italiana, nella quale il consenso si costruisce sempre più attraverso l’identificazione, il risentimento e lo spettacolo.
Certo, Salvini è un coglione con tanto di bollino DOP, La Russa si porta appresso una storia politica che affonda le radici nel fascismo e Gioggia ha trasformato la propria coattaggine in un marchio di fabbrica, con tanto di biografia familiare che farebbe la gioia di un rotocalco di Cairo. Tuttavia il vero scandalo è che questi tre personaggi occupino il piano attico della politica, circostanza che dovrebbe interrogarci assai più delle loro singole imprese, perché quando la caricatura diventa classe dirigente non siamo più dalle parti dei fratelli Vanzina o di Crozza, ma in quelle di un Paese che ha smarrito perfino il senso del ridicolo.
Siamo, nel caso del Girasagre, ben oltre la sagra della salamella, il pratone di Pontida, i cornuti con l’elmo e le ampolle con l’acqua sacra del Po; oltre le lavagne di Vespa, con il pennarellone rosso e la cancellazione delle accise. Siamo oltrissimo i chiodi e i cinghiali suicidi sui binari. Poi arriva la proposta di una legge anti maranza e, alla domanda su chi cazzo siano i maranza, il ministro risponde di non averne idea. And the Oscar for the best performance goes to…
Applausi, sipario, tutti a casa. Soltanto che questo non è un palcoscenico e il premio non è una statuetta: sono “enormi poteri cosmici in un minuscolo spazio cerebrale”.
La risata dura poco, se proviamo a spostare lo sguardo dal fenomeno da baraccone al circo che lo ospita. Salvini non è finito al governo per un errore di casting e La Russa non è arrivato alla presidenza del Senato per un momento di debolezza di Togliatti. Gioggia, a sua volta, non è il risultato di un concorso per stabilire chi sappia esprimersi con maggiore efficacia all’osteria di Ciccio Er Puzza. Sono arrivati dove sono ora attraverso il voto, le organizzazioni politiche, gli accordi di potere e una lunga crisi della rappresentanza che ha progressivamente svuotato la politica della capacità di modificare le condizioni materiali dell’esistenza, lasciando però intatta la sua straordinaria abilità nel distribuire incarichi, costruire carriere e raccontare favole.
Per capire come siamo arrivati fin qui bisogna guardare anche a chi, per anni, ha amministrato il declino in nome della responsabilità, ripetendo che non c’erano alternative, che ce lo chiedevano i mercati, che i conti non tornavano, mentre i salari perdevano potere d’acquisto, i servizi pubblici si impoverivano e il futuro diventava una faccenda privata da risolvere con i soldi di famiglia. Una politica che pretendeva comprensione per le ragioni dei mercati, per la necessità dei sacrifici e per l’ineluttabilità delle compatibilità economiche, senza trovarne altrettanta per chi non arrivava a fine mese. Poi si è stupita quando una parte dell’elettorato ha cominciato a cercare altrove, magari proprio fra quelli che promettevano di mandare tutti affanculo, salvo scoprire una volta al governo che il sistema da abbattere poteva essere più confortevole di una suite all’Hilton.
Se la destra una cosa l’ha capita è che, quando non sei in grado di migliorare le condizioni di vita delle persone, puoi almeno offrire loro qualcuno da odiare. Se l’affitto costa uno sproposito, se la benzina ti dissangua, se per una visita specialistica devi aspettare mesi o mettere mano al portafoglio, la soluzione più conveniente è indicare il migrante, il maranza, il fancazzista, il culattone, insomma qualcuno che stia più in basso di te e sul quale scaricare la frustrazione. Il problema resta esattamente dov’era, ma il risultato politico è stato ottenuto: il conflitto si sposta da chi detiene il potere a chi condivide con te la precarietà, mentre chi dovrebbe rispondere delle proprie promesse può continuare a fare il cazzo che gli pare.
In questo senso Salvini è persino un personaggio esemplare, sebbene non nel senso che piacerebbe a lui. La legge anti maranza, proposta senza sapere con precisione a chi dovrebbe applicarsi, dimostra che il bersaglio non ha bisogno di essere definito, purché funzioni come richiamo pubblicitario. Il resto è amministrazione, materia noiosa che si può delegare a qualche subordinato.
La Russa appartiene a un’altra tradizione, più pesante e meno farsesca, nella quale la destra non ha mai avuto un rapporto particolarmente tormentato con il proprio passato. Che una figura proveniente da quella storia poggi il culo sulla poltrona della seconda carica dello Stato racconta la normalizzazione compiuta in questi decenni, quando si è preferito trattare la memoria come una pratica burocratica da sbrigare anziché come uno strumento per comprendere il presente.
Quanto a Gioggia, la sua parabola dimostra che si può costruire una leadership nazionale facendo della propria provenienza sociale e culturale un certificato di autenticità, anche quando quella stessa autenticità serve a coprire scelte politiche che non migliorano la vita di chi dovrebbe sentirsi rappresentato. La biografia diventa il programma, l’identificazione prende il posto del giudizio e chi critica il capo viene trattato come uno che disprezza il popolo.
Eccolo qua il capolavoro: convincere le persone che difendere gli interessi di bottega equivalga a governare in nome e per conto dei molti, anche quando le decisioni vanno nella direzione opposta. È una specie di sindrome di Stoccolma elettorale, con l’aggravante che il sequestratore si affaccia alla finestra, saluta la folla e si prende pure gli applausi.
Naturalmente, ridurre tutto alla stupidità degli elettori sarebbe una scorciatoia altrettanto idiota. Le persone votano dentro un contesto, non in un laboratorio, e quel contesto è stato modellato da decenni di precarizzazione, disuguaglianze, impoverimento culturale e discredito delle istituzioni, oltre che da un sistema mediatico che trasforma ogni questione in una rissa fra personaggi, perché una rissa si vende meglio di un’analisi e un nemico si riconosce più facilmente di un approfondimento.
Se la politica diventa intrattenimento, vince chi buca lo schermo; se il dibattito pubblico diventa una gara di slogan cazzari o reazionari, vince chi li urla più forte; se ogni problema viene raccontato come una questione di ordine pubblico, finisce per sembrare ragionevole affidarsi a chi promette i manganelli, anche quando non sa spiegare quale problema stia cercando di risolvere.
Il guaio è che la satira, da sola, non basta. Chi percula il potere mostrandolo con il ciolone di fuori serve a fare vedere che il Re ce l’ha piccolo, certo non a sostituire il conflitto sociale con una battuta ben riuscita. Possiamo ridere di Salvini fino a consumarci le mascelle, smontare le contraddizioni di Gioggia e ricordare ogni volta a La Russa da quale parte della Storia provenga la sua cultura politica, ma se il giorno dopo ricomincia lo spettacolo con gli stessi attori e lo stesso pubblico, prima o poi porconi e sanpietrini prendono il posto delle risate.
Questi personaggi non sono un incidente di percorso della democrazia italiana, ma una delle forme che la sua crisi ha assunto. Il punto non è che siano impresentabili secondo i criteri di una buona educazione progressista. È che l’impresentabilità è diventata una skill e la capacità di affrontare i problemi reali un optional. Una volta, per immaginare la fine del mondo, bisognava ricorrere a catastrofi cosmiche e invasioni aliene. Oggi basta accendere la televisione. O leggere ittica.org.
E allora la domanda non è più come cazzo sia possibile che Salvini, La Russa e Gioggia occupino i vertici dello Stato. La domanda è come abbiamo fatto tutti noi a costruire un sistema nel quale la loro presenza non è più uno scandalo, ma una possibilità ordinaria, perfino una scelta rivendicata con orgoglio.
Il vero trionfo di questa classe dirigente non è aver convinto gli italiani di essere competente, intelligente o capace di mantenere le promesse. È averli convinti che non ci sia niente di meglio.
Così, mentre noi ridiamo e bestemmiamo, quelli continuano a governare.
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