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Più facile immaginare la fine del mondo

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C’è qualcosa di profondamente tragico nella discussione sul cosiddetto “campo largo”. Non perché sia destinata necessariamente a fallire, ma perché sembra incapace di porsi la domanda giusta.

La domanda non è se dentro ci debbano stare Renzi o Calenda. O entrambi. Non è se Conte e Schlein proporranno il premierato a giorni alterni. Non è nemmeno quale simbolo comparirà sulla scheda.

La domanda è molto più brutale: che cosa volete fare, oltre a sopravvivere come classe politica? Perché, vista da fuori, la coalizione progressista appare sempre più come una sommatoria di gruppi dirigenti impegnati soprattutto nella propria autoconservazione. Cacicchi, correnti, personalismi. Un gigantesco esercizio di tattica che pretende di passare per strategia.

L’unità contro la destra non mobilita nessuno. Non basta dire “fermiamo Meloni”. Le persone non vivono contro qualcuno: vivono intrappolate tra stipendi insufficienti e lavoro precario. Pace. Lavoro. Tutele sociali. Fisco realmente progressivo. Tassazione degli extraprofitti. Trasporti, scuola e sanità che funzionino. Sono questi i conflitti reali. Eppure, ogni volta che si arriva al punto decisivo, sembra essere sempre il profitto di pochi a delimitare ciò che è considerato possibile.

Qui torna utile il ragionamento di Mark Fisher sul “realismo capitalista”. L’idea secondo cui è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Non perché il capitalismo sia invincibile, ma perché riesce a colonizzare perfino la nostra immaginazione politica.

È la gabbia mentale nella quale sembra rinchiusa anche gran parte della sinistra italiana. Si discute di redistribuzione senza disturbare davvero i rapporti di forza. Si promette giustizia sociale purché non metta in discussione gli interessi dominanti. Si parla di sviluppo sostenibile mentre si accetta come inevitabile un modello economico che produce sistematicamente esclusione, precarietà e concentrazione della ricchezza. Alla fine resta soltanto la gestione dell’esistente.

Fisher è riuscito laddove molti intellettuali si sono incagliati in complicatissime analisi fatte di schemi, diagrammi e spiegazioni buone per le élite. Attraverso un linguaggio accessibile a chi pretende qualcosa di più di uno slogan urlato o di un rutto social, l’autore ha fissato in modo chiaro l’assenza di alternative politiche e sociali nell’era del capitalismo globale.

C’è un passaggio in particolare, molto attuale in questo presente di cambiamenti climatici, sulla relazione tra capitalismo e disastro ecologico e su come il modo di trattare la catastrofe ambientale, uso le parole di Fisher, «illustri alla perfezione il tipo di fantasia su cui poggia il realismo capitalista: l’assunto che le risorse siano infinite, che la Terra altro non sia che un guscio da raschiare e che qualsiasi problema verrà risolto dal mercato».

Ecco, a me pare proprio che il mercato non  risolva una beata minchia già da tempo. Anzi, la relazione tra capitalismo e disastro ecologico si fonda proprio sulla necessità di espandere il mercato all’infinito. Ciò sta a significare che il capitalismo è, per sua natura, contrario a qualsiasi nozione di sostenibilità. E quando la politica si appiattisce su un paradigma dato per inevitabile, smette di rappresentare un’alternativa e diventa amministrazione del declino.

Per questo la credibilità dell’opposizione è il vero problema. Non la comunicazione. Non il leader. Non il logo. Credibilità significa dimostrare che si è disposti a rompere davvero con gli equilibri che hanno prodotto la situazione attuale.

Invece assistiamo a una coalizione che, dopo quattro anni di fuffa antifascista e retorica “patrimonialista”, arriva a ridosso del voto discutendo sull’opportunità di imbarcare Renzi e non su un programma condiviso capace di parlare al Paese reale.

Nel frattempo le periferie continuano a svuotarsi di fiducia. I lavoratori votano sempre meno o votano chi promette protezione identitaria invece della redistribuzione della ricchezza. Molti poveri finiscono per sostenere chi difende il sistema che li impoverisce. Non perché siano stupidi. Perché qualcun altro ha smesso di offrire un immaginario credibile.

È qui che il realismo capitalista diventa anche disperazione politica. Quando nessuno riesce più a immaginare un futuro diverso, il peggior presente finisce per sembrare inevitabile.

Fisher, che quel meccanismo lo ha raccontato con lucidità quasi dolorosa, non è riuscito a sopravvivere ai propri demoni. Il suo suicidio non dimostra la verità delle sue tesi, ma ricorda quanto possa essere devastante un sistema che trasforma l’assenza di alternative in una condizione esistenziale.

Da anarconichilista continuo a diffidare delle liturgie elettorali. Lo Stato resta uno strumento di gestione dei rapporti di forza, non della loro soluzione. Proprio per questo trovo insopportabile chi rinuncia a disturbare l’ordine esistente.

Uno dei difetti della sinistra è il suo eterno attaccamento ai dibattiti storici che mascherano l’inadeguatezza al presente. Meloni e i suoi amici/parenti sono fascisti?  Masticazzi! La crisi è un’opportunità di cambiamento. Io non posso andare oltre le mie conoscenze che sono anche i miei limiti. Però so che un anticapitalismo efficace deve essere per prima cosa un rivale del Capitale, non una reazione ad esso.

Se l’unico orizzonte è amministrare con maggiore gentilezza lo stesso meccanismo che produce sfruttamento, allora il campo largo è soltanto un momento dentro il realismo capitalista.

Da qui in poi è tutta strada in salita.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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