Quando scrivo su ittica, do spesso spazio alla mia invettiva di stampo anarconichilista. L’invettiva è, al pari delle cagate concettuali dei vannacciani, nient’altro che un acceleratore: cattura l’attenzione, produce consenso tra chi è già d’accordo, ma ha un limite. Se tutto il testo è invettiva, il lettore finisce per ricordare il bersaglio e non la tesi.
Così, negli ultimi mesi, ho invertito il rapporto. L’invettiva è rimasta, l’ironia e il sarcasmo pure, ma sono diventati tutti strumenti. La struttura delle cose che scrivo è sempre più costruita intorno a un’idea: Vannacci e i suoi mostri sono “brutte perzone”, ma non è che a sinistra veleggino chissà quali campioni.
Quanto alla formazione, so benissimo di non possedere i requisiti minimi per essere accettato in certi ambienti, mentre Vannacci è molto meno schizzinoso. Anche su quest’aspetto varrebbe la pena spendere due parole, perché la formazione non è solo quella universitaria. C’è anche una formazione “carsica”: non smettere di leggere, tornare sugli autori, confrontarli con l’esperienza, interfacciare le proprie opinioni con gli amici di mille birrette, o almeno con quelli che non si esprimono a rutti, e poi riprendere in mano il faldone con uno sguardo diverso. Tuttavia io non scrivo (o almeno non penso di farlo) come chi deve dimostrare di aver letto un autore. Scrivo (o almeno penso di farlo) come chi lo usa perché gli serve. Non mi interessa esibire le letture. Mi interessa usarle quando mi aiutano a capire e a far capire qualcosa. È una differenza che il lettore percepisce.
Tutto questo preambolo perché?
Perché ho ascoltato le parole pronunciate ieri da Cuperlo alla Camera* e, al netto dello sdegno condivisibile per i fasciobaluba di Futuro Nazionale, la cosa che più mi ha colpito è stato l’invito a Vannacci e al suo plotoncino di transfughi a concentrare gli attacchi sulla sinistra perché, cito lo stesso Cuperlo, “gli avversari vostri siamo e saremo sempre noi”.
Ecco, non è proprio così.
C’è un’illusione che la sinistra ha covato per settant’anni e che ora le sta esplodendo in mano: l’idea che mercato e società potessero stare insieme, magari con un po’ di frizione e un po’ di redistribuzione. Polanyi aveva seppellito tale idea nel 1944: il mercato autoregolato non convive con la società, ma la strappa dai suoi luoghi — la parentela, il villaggio, la fabbrica con il suo contratto collettivo — e la riduce a scambio. La “grande trasformazione” di cui Polanyi parla non è un evento che si è esaurito nel passato. È invece il presente che continua il suo processo di trasformazione.
Il doppio movimento di cui parla Polanyi — il mercato che si espande, la società che si difende — funzionava ancora quando la società aveva qualcosa con cui rispondere: partiti di massa, sindacati che contavano, uno Stato che poteva permettersi di mediare perché il capitale aveva ancora bisogno di un territorio, di una manodopera istruita e in salute, di una domanda interna da tenere in piedi.
Oggi il capitale non ha più bisogno di tutto questo. Si è fatto liquido, è scappato dal territorio e la società che si difende non trova più nessuno dall’altra parte del tavolo. Si rivolge altrove. Si rivolge a chi le promette, almeno a parole, di tenere insieme mercato, nazione e paura di non farcela: Trump, Meloni e, se ancora non basta, Vannacci. Ma anche questa promessa sta marcendo sotto i loro stessi piedi, perché tenere insieme mercato e nazione richiede una cosa che il capitale contemporaneo non concede a nessuno: un confine.
E qui si vede già cosa viene dopo, che non è certo il populismo fasciosovranista di un generale che si esprime come il sergente Hartman. È molto peggio. È il governo algoritmico: un manipolo di ultramiliardari al comando diretto, senza nemmeno la mediazione minima di un ceto politico, di un Marattin qualsiasi che almeno simula la competenza tecnica come schermo.
Niente di tutto questo serve più.
Serve solo l’infrastruttura — i cavi, i satelliti, i data center — e chi la possiede comanda senza passare dal voto, dal parlamento, dal giornale, dal sindacato. Debord lo aveva visto arrivare quando ancora si chiamava spettacolo: la merce che colonizza ogni rapporto sociale fino a diventare l’unico rapporto sociale possibile, l’immagine che sostituisce la vita vissuta.
Ma lo spettacolo aveva ancora bisogno di uno spettatore da sedurre. Il governo algoritmico non seduce più: profila, prevede, ottimizza. Non hai più bisogno di credere alla pubblicità se il sistema sa già cosa comprerai prima che tu lo sappia. Lo spettacolo è diventato sorveglianza totale e il cittadino — l’ultimo residuo polanyiano di soggetto politico — è stato degradato a semplice consumatore servo, profilato, prevedibile, gestibile da remoto.
Pasolini l’aveva capito oltre mezzo secolo fa, quando ancora non esisteva un algoritmo a fare il lavoro sporco: il potere che conta non è quello che reprime un desiderio, è quello che lo fabbrica prima, dall’interno, fino a farlo coincidere esattamente con ciò che il sistema vuole che tu voglia. Il fascismo del consenso è più totalitario di quello della forza, perché non ha bisogno dei cannoni di Bava Beccaris finché il consumatore-servo desidera già da sé la propria sorveglianza chiamandola comodità e scaricandola volontariamente sul telefono.
Il risultato è uno Stato che non somiglia a nulla che la storia politica abbia teorizzato finora. Non lo stato sociale che piaceva alle vecchie sinistre: morto. Non lo stato nazione che piaceva alle vecchie destre: agonizzante e tenuto in vita da parole come “remigrazione” da usare come scenografia per i comizi. Non lo stato minimo dei liberisti, quello che almeno garantiva i contratti e la proprietà: Marattin e Calenda trovatevi un lavoro.
Quello che resta è uno stato-bancomat: pagatore in ultima istanza di ogni fallimento dell’oligarchia, salvataggio dopo salvataggio, e braccio repressivo nei confronti delle persone che hanno ancora l’insolenza di scendere in piazza a chiedere protezione invece di sorveglianza.
Davanti a tutto questo la mediazione storica — quella keynesiana, quella socialdemocratica, quella che pensava di poter limare le asperità del capitalismo senza toccarne il cuore — è semplicemente finita. Non per scelta ideologica, ma perché le condizioni materiali che la rendevano possibile non esistono più. Sempre più spesso i grandi capitali non investono per produrre: scendono in picchiata sui luoghi della società e predano tutto quello che trovano: le banche, i fondi pensione, la sanità, l’istruzione. Il loro intento è estrarre rendita da ciò che la società ha costruito in un secolo di lotte.
Per oltre trent’anni gran parte dell’intellettualismo autoreferenziale della sinistra ci ha raccontato che la libertà dei capitali avrebbe prodotto la libertà delle persone. È accaduto il contrario. Più i capitali sono diventati liberi di muoversi, comprare, concentrare ricchezza e potere, meno i cittadini sono rimasti liberi di scegliere il proprio lavoro, la propria casa, il proprio futuro. Oggi la vera alternativa non è tra più o meno Stato. È tra la libertà dei cittadini e quella dei capitali. Le due cose non coincidono più. Se si vuole difendere la prima, è necessario mettere un limite alla seconda. Non c’è una terza opzione che galleggia nel mezzo. È qui che si consuma il fallimento politico di un’intera generazione che a sinistra ha creduto di poter essere governo e movimento, mercato e popolo allo stesso tempo, senza mai scegliere.
La libertà dei cittadini e la libertà dei capitali sono incompatibili. Se stai con la prima, devi limitare la seconda. Non perché ci sia un mondo migliore dietro. Non c’è nessun Sol dell’Avvenire in fondo al viale e, molto probabilmente, non ci libereremo mai delle nostre catene. C’è solo la differenza tra continuare a respirare un po’ più a lungo, o finire l’aria più in fretta.
E allora, caro Cuperlo, oltre a riprendere in aula i balilla di Vannacci, prova a pensare che per quelli come me il nemico siete un po’ anche voi. Che poi, alla fine del mio pippone che manco per il cazzo mi sogno di condividere con i fan destropitechi del generale, il messaggio sarebbe questo: “levatevi quell’aura da maestrini della democrazia, il bastone dal culo e spaccatelo in testa a quei fasci del cazzo!”
Però così sembra troppo. O forse no. Dipende dal pubblico in sala.
🌹🏴☠️

