I dittatori e le loro cricche di invasati e lacchè giocano bene la partita del potere fino a quando rimangono all’interno della comfort zone dell’ideologia. Poi accade che l’autoreferenzialità derivante da personalità patologiche si scontri con le conseguenze delle guerre quando queste diventano confronti tra sistemi industriali.
Prendiamo quel simpaticone dello zio Adolfo e facciamoci subito la domanda da un milione di sbembli: perché perse la guerra, dove e quando?
Qui arriviamo al punto più frainteso della WWII. La Germania non avrebbe mai potuto vincere strutturalmente sul lungo periodo. Fino a tutto il 1941 quell’altro sciroccato di Stalin non ne aveva presa una: interferiva con il suo Stato Maggiore, puniva i generali che non lo assecondavano e non si curava dell’annientamento di interi battaglioni. Poi, dal 1942 e continuando fino all’epica battaglia del saliente di Kursk, iniziò ad ascoltare Zhukov, Vasilevskij e Rokossovskij, lasciando a loro la strategia ma coordinandola con l’industria. Hitler nello stesso periodo fece l’opposto: accentrò, ideologizzò e iniziò il processo di rimozione della realtà che decretò la sua fine.
Dal 1943 l’URSS produceva più carri armati, più aerei e più artiglieria della Germania, mentre gli Alleati controllavano cieli e mari. Sul fronte del Pacifico gli USA stavano riprendendo le redini del conflitto che vedeva il Giappone, al pari della Germania, senza risorse strutturali per poter competere.
In sintesi, nella guerra moderna non vince chi combatte meglio, ha le divise più terrificanti o ha in squadra i generali migliori, ma vince chi ha più industria, più energia, più logistica e più alleati.
La Germania combatteva contro gli USA (industria illimitata) l’URSS (spazio, uomini, produzione) e contro l’Impero britannico (dominio del mare e basi globali). Nessuna analisi realistica poteva prendere in considerazione la vittoria del Reich.
Ma c’è di più. Il nazismo rese impossibile qualsiasi compromesso: la guerra guerreggiata degenerò in guerra razziale, lo sterminio di ebrei, civili russi e polacchi nei lager trasformarono i neutrali in nemici, gli occupati in resistenti e così il conflitto da mondiale divenne totale. La difesa dei valori cardine provenienti dall’Illuminismo, libertà individuale e democrazia, arrivò a giustificare moralmente capitoli ignobili del conflitto quali i bombardamenti sui civili ad Amburgo, Dresda, Colonia, l’inutile strage di Montecassino e le due atomiche sul Giappone.
Tutto ciò detto, l’operazione Barbarossa non fu il parto di una follia improvvisa. Fu invece l’esito logico di un’ideologia incompatibile con il mondo moderno. Limitare il conflitto al Mediterraneo sarebbe potuta essere un’opzione più razionale, ma il risultato sarebbe stato uno solo: la Germania avrebbe perso più lentamente. Pertanto Stalin vinse perché adattò lo Stato alla guerra industriale e Hitler perse perché tentò di piegare la realtà ai suoi bias cognitivi e alle puttanate MAGA che frullavano nelle teste di merda di gente come Göbbels, Himmler e Heydrich.
Il punto oggi è come si possa affermare che il riarmo è necessario anche se impopolare. C’è qualcosa di profondamente offensivo nei confronti di chi ha letto qualche libro nello scivolamento della politica verso la logica della guerra come se fosse così che deve andare. Solo che questa volta non ci sarà alcuna bandiera della vittoria da issare sul Reichstag, ma neppure sul Cremlino.
Spiace per Mattarella, per Aquaman Calenda, per Fassino, Picierno, Gori, il resto del pattuglione di guerrafondai da salotto dentro il PD e per la prugna secca estone. Siete stati sgamati.
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