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Tachipirina e vigile attesa

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Va bene, mi sistemo la coperta sulle ginocchia, prendo l’ennesima tachipirina che non fa effetto, apro il portatile e anche oggi scrivo.

C’è sempre un’aria strana a Santo Stefano, come uno di quei pomeriggi lenti a ridosso del crepuscolo in cui non sai se accendere la lampada o tardare a farlo per diventare parte della distopia.

Philip K. Dick guardava tutto questo con la luccicanza di chi sapeva che il problema non sono le macchine come il replicante Roy Batty, ma il ruolo dell’uomo come dominatore della tecnologia.

Oggi viviamo in mondi finti costruiti per sembrare veri. Non sappiamo più distinguere tra scelta e condizionamento.

Le sorelle Wachowsky ci hanno spiegato con le immagini del primo Matrix che il nemico non è un computer cattivo, ma l’abitudine. È il pensiero che “non c’è alternativa”. La pillola rossa fa male perché non ti rende felice, ti rende sveglio. E da svegli si soffre di più. Come con ‘sta merda di influenza che non passa.

Il crepuscolo dell’Occidente non è una tragedia epica. È stanchezza morale accumulata nei secoli. Sono ossa rotte che debilitano lasciandoti sul divano a pensare, mentre la famiglia gira al largo per non essere contagiata.

Non crediamo più a quello che diciamo, ma continuiamo a dirlo. Difendiamo valori che pratichiamo solo a parole. Libertà, diritti, progresso: belle insegne sopra negozi chiusi.

Forse non è la fine, forse è solo il momento in cui dovremmo smettere di correre per iniziare a domandarci dove stiamo andando. Senza slogan, senza paroloni difficili. Con la febbre addosso e un dubbio semplice: se ricominciassimo da qui, dal basso, senza promesse grandiose?

Adesso spengo il computer. Sono sicuro che starò al buio ancora un po’.

🌹🏴‍☠️

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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