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La moschea e il controllo

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È ufficiale! A Torino stanno per costruire una grande moschea.

Non in mezzo al nulla, ma nell’area dell’ex Fonderia Nebiolo, dove Aurora incontra Barriera di Milano: uno di quei pezzi di città in cui l’industria è morta da tempo e al suo posto è rimasto quel miscuglio di immigrati, studenti, pensionati, capannoni, negozi etnici, supermercati e vite che non assomigliano abbastanza alla Torino delle cartoline.

Il Comune ha dato il permesso di costruire. Il progetto vale circa 17 milioni di euro e comprende una moschea da circa mille posti, un minareto di venti metri, uno studentato da ottanta posti, una biblioteca, una palestra, spazi culturali e altre funzioni. La Confederazione Islamica Italiana sostiene che circa l’80% degli spazi sarà destinato a funzioni non religiose.

Insomma, non stanno costruendo soltanto un posto dove andare a pregare Allah il venerdì. Stanno cambiando in modo significativo un pezzo di città. Ed è proprio qua che la faccenda diventa interessante.

Quando si parla di moschee in Italia, la discussione finisce quasi sempre col polarizzarsi tra tifoserie: da una parte quelli che gridano all’islamizzazione, dall’altra quelli che rispondono con l’integrazione, il dialogo, la società multiculturale e magari un selfie con l’Imam.

Io invece, tanto per non smentirmi, provo a guardare la faccenda da un’altra angolazione. E allora cominciamo col chiederci non soltanto che cosa succede dentro quella moschea, ma proviamo pure a domandarci che cosa succede quando una comunità diventa finalmente visibile alle istituzioni.

Prima c’è una comunità musulmana sparsa per la città, con i suoi centri, le sale di preghiera, le associazioni, le reti. Poi arrivano gli interlocutori riconosciuti, i tavoli, i protocolli. Il Comune sottoscrive un Patto di condivisione dei centri islamici. Si moltiplicano le iniziative culturali, i rapporti con le scuole e le associazioni. Infine arriva l’edificio: una struttura grande e visibile addirittura da Superga, con un soggetto che la gestisce, un’amministrazione con cui trattare, una convenzione, degli spazi e delle regole.

Noi anarcomarxisti sappiamo bene che istituzionalizzare qualcosa va di pari passo con la possibilità di esercitare un controllo. Non il controllo poliziesco, quello con la camionetta e il manganello. Quello si applica ai poveracci. Il potere contemporaneo, quando funziona bene, è molto più elegante. Non deve necessariamente dirti dove stare, ma può aiutarti a trovare un posto dove stare. Non deve imporre un’identità, ma può riconoscerti come categoria, rendendoti visibile. E una comunità che diventa visibile diventa anche amministrabile.

Il potere non ama particolarmente il caos, a meno che non lo crei per servirsene. Come quando giustifica il riarmo per dissimulare la crisi del paradigma. Laddove sia possibile, preferisce classificare, censire, organizzare e plasmare. Trasforma ciò che prima era indistinto e volubile in qualcosa che può essere riconosciuto, regolato, ascoltato e, quando è il caso, controllato.

La moschea di Torino può essere letta anche così. Non come un centro di controllo degli islamici, che sarebbe una sciocchezza. Piuttosto come un passaggio nella trasformazione di una comunità in un soggetto della governance urbana.

Attenzione: non sto dicendo che sia necessariamente una cosa cattiva. Se una comunità religiosa realmente presente in città ottiene un luogo dignitoso dove pregare invece di doversi arrangiare in locali improbabili, può essere un fatto positivo. Se quegli spazi diventano studentato, centro culturale e luogo d’incontro, ancora meglio. Se il Comune può confrontarsi con interlocutori identificabili invece di inseguire una galassia di associazioni, è roba da pasticcini.

Il problema è un altro.

La sinistra chiama tutto questo integrazione, la destra perdita del territorio. Entrambe le definizioni sono utili alla propaganda di parte. La destra vede il minareto e dice: stanno portando l’Islam nel cuore della città. La sinistra vede la biblioteca e dice: stiamo costruendo integrazione. Una parte legge il progetto come un’enclave, l’altra come rigenerazione urbana. In mezzo, però, c’è un fatto meno spettacolare: l’amministrazione prende una realtà sociale che esiste già, la inserisce in un progetto, le assegna uno spazio, individua interlocutori e la rende parte del proprio sistema di governo. È questo il passaggio che merita attenzione.

Integrazione e controllo non sono necessariamente contrari. In determinate condizioni possono essere due effetti della stessa operazione.

Poi però c’è il Marocco.

Qui bisogna stare con i piedi per terra, perché la propaganda è già abbastanza affollata senza che ci mettiamo anche noi a inventare complotti. Il progetto è finanziato per una parte con risorse riconducibili al Ministero marocchino degli Affari islamici. Questo non dimostra alcuna infiltrazione, alcun complotto e nessuna islamizzazione orchestrata da Rabat. Dimostra però che esiste una dimensione internazionale della questione e che sarebbe perfettamente legittimo sapere con precisione chi mette i soldi, quanti, attraverso quali soggetti ed eventualmente con quali vincoli.

Trasparenza, insomma. Una parola che diventa curiosamente meno cool quando a dover essere trasparenti sono tutti.

La moschea, inoltre, non arriva in una città neutra. Arriva in Aurora/Barriera di Milano. E questi non sono soltanto quartieri multietnici. Sono luoghi nei quali Torino mostra più brutalmente la propria trasformazione sociale: vecchia classe operaia, immigrazione italiana, immigrazione straniera, povertà diffusa, piccola criminalità, commercio rionale annientato dalla grande distribuzione, nuove generazioni e vecchi abitanti che si sentono espulsi dal proprio quartiere senza essersene mai andati. È un laboratorio naturale della città che cambia, ma anche un affaccio sul totalitarismo moderno. Chi ha letto qualcosa di Foucault o Weber sa di cosa sto scrivendo.

Per questo il progetto della moschea è anche un progetto sul territorio.

Non perché i musulmani debbano essere controllati, o forse sì. Perché il territorio deve essere governato. E allora la scelta del luogo diventa tanticchio rischiosa.

E qui la faccenda, se non fosse terribilmente seria, diventa quasi comica.

Da una parte ci sono Marrone, Montaruli, Vannacci e Sardone che promettono di riprendersi il territorio. Per farne cosa, non si sa. Dall’altra un’amministrazione che promette inclusione, purché sia lontano dai quartieri belli. Tutti quanti, però, considerano quel territorio qualcosa da governare. Gli uni lo fanno attraverso il confine e l’identità, solleticando i peggiori istinti, gli altri attraverso la retorica della partecipazione e dell’integrazione, ma i maranza in Crocetta giammai. Cambia il vocabolario, ma la necessità di rendere leggibile il fenomeno rimane.

E allora sì, costruiamo pure la moschea. Ma almeno smettiamo di raccontarci minchiate. Stiamo costruendo una parte della Torino di domani in una delle aree a più alto impatto sociale della città.

Una cosa va detta sull’universo fascioleghista. Per loro avere la faccia come il culo è niente, se paragonata alla disinvoltura con cui la esibiscono. Di solito difendono il crocifisso nelle aule e le radici cristiane, ma quando si tratta di una moschea, si rivelano per quello che sono: paladini della spiritualità a senso unico.

Ma c’è anche un altro aspetto interessante. Il buonismo progressista non è necessariamente l’opposto della logica destrorsa. Anzi, qualche volta ne è la versione col sorriso.

La sinistra contemporanea ha imparato a parlare di ascolto, dialogo, partecipazione e comunità. Tutte parole rispettabili, per carità. Il problema arriva quando diventano il modo con cui si evita di guardare il conflitto. Se una comunità viene riconosciuta e accompagnata dentro le istituzioni, sembra che il problema sia risolto. Non ci si chiede più chi abbia il potere, chi rappresenti davvero quella comunità, chi rimanga fuori e quali interessi siano in gioco. Basta che ci sia un tavolo, una convenzione e una fotografia in cui tutti sorridono.

Il problema non è quindi scegliere fra il cattivismo della destra e il buonismo della sinistra. È domandarsi chi decide cosa e chi rappresenta chi. Anche quando a costruire una moschea ci sono di mezzo quelli che non ci piacciono.

La domanda interessante, quindi, non è soltanto chi entrerà dalla porta. O chi taglierà il nastro all’inaugurazione.

È chi avrà le chiavi.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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