Com’è che Macron vuole fare la guerra alla Russia e invece si ritrova la guerra in casa, con le barricate e i fuochi nelle strade?
Mentre i signori dell’Europa politica discutono di riarmo, deterrenza, minaccia russa e necessità di prepararsi alla guerra, sotto i palazzi dove si decide il destino/declino dell’Occidente continua a crescere un’altra guerra, molto meno nobile e molto più concreta: quella di chi non riesce più a trovare un posto decente dentro il mondo che gli è stato promesso.
Scuole che cadono a pezzi, servizi pubblici che arretrano, salari che non tengono il passo con il costo della vita, lavori sempre più precari e un futuro che, soprattutto per i più giovani, ha ormai assunto la consistenza di una presa per il culo quotidiana.
È qui che il discorso sulla Russia diventa interessante, ma non perché bisogna raccontare la favola opposta secondo cui Putin sarebbe innocente e ogni protesta occidentale sarebbe una spontanea sollevazione popolare contro il capitalismo.
Sarebbe soltanto l’altra versione della stessa stronzata.
La Russia può fare propaganda, interferire e alimentare divisioni sfruttando le debolezze delle democrazie occidentali. Ma una cosa è approfittare di una crepa e un’altra è costruire la casa che quella crepa se la porta dietro da mo.
E allora, caro Macron, suka tu e gli altri azzimati figli del neoliberismo! Già, perché il potere contemporaneo ha imparato una cosa formidabile: quando non riesce più a governare una contraddizione, prova a cambiare la scala del problema. Se la scuola non funziona, si parla di sicurezza; se la sanità non cura, si parla di emergenza; se i salari ristagnano e una generazione intera scopre che l’ascensore sociale è piombato, si parla di competitività; se la gente comincia a non fidarsi più della politica, si parla di disinformazione. E quando tutto questo non basta più, arriva il nemico esterno, quello che consente di ricomporre il casino dentro una narrazione semplice: noi contro loro.
È una vecchia faccenda, soltanto ricicciata con una tecnologia migliore.
Una volta c’erano gli Unni alle porte, il nemico della patria, il sovversivo. Oggi abbiamo la guerra ibrida, gli algoritmi, i troll, la manipolazione cognitiva e tutte quelle belle espressioni con cui il potere può spiegare al cittadino che il problema non è necessariamente ciò che gli sta succedendo, ma ciò che qualcuno gli sta facendo credere che gli stia succedendo.
La cosa geniale è che funziona anche quando il problema è vero.
Lo stipendio che non basta non ha bisogno di essere manipolato da quel cattivone di Putin. La scuola che non funziona non diventa improvvisamente efficiente perché qualcuno ha aperto un account falso su Telegram. Un ragazzo che vede davanti a sé una vita di precarietà non ha bisogno di un agente russo che gli spieghi che qualcosa non torna. Gli basta fare due conti.
E ora torniamo a Macron.
Perché il presidente francese può parlare quanto vuole della minaccia che arriva dalla steppa, ma se contemporaneamente una parte della società francese comincia a bruciare cose nelle strade, il problema politico non è soltanto capire chi abbia acceso la miccia. È capire perché ci sia così tanta roba infiammabile nella società del benessere.
Questa è la parte che il pensiero economico dominante preferisce evitare, perché costringe a mettere insieme cose che per decenni abbiamo imparato a tenere separate. L’economia da una parte, la società dall’altra; il mercato come meccanismo che trova sempre la sua via e la vita quotidiana come problema individuale; la crescita nei grafici e la merda sotto le suole di vibram. E così si scopre che c’è ancora chi, dal basso, si intestardisce nello scombinare le analisi dei Marattin, dei Cottarelli e presenta il conto tutto insieme.
Quando il mercato diventa il criterio con cui organizzare ogni cosa, prima o poi qualcuno si accorge che la società non è un Conad e che un essere umano non può essere trattato all’infinito come merce da mettere a scaffale. Il problema è che, quando questa consapevolezza arriva, non lo fa necessariamente con un programma politico, una teoria della trasformazione sociale e l’opera omnia di Marx sotto il braccio. Può arrivare sotto forma di rabbia, vandalismo, rivolta, populismo, astensionismo oppure di un ragazzo che prende un sampietrino e lo tira contro una vetrina.
E allora accade che gli intellettuali si indignano perché la protesta non è abbastanza pura, i liberali perché non è abbastanza razionale, i conservatori perché è troppo violenta e la sinistra perché magari non ha letto abbastanza libri.
Nel frattempo il vetro si rompe e dietro si scoprono una quantità di facce di cazzo – bianche, rosse, nere e arcobaleno – che brigano per tenersi stretti potere e privilegio.
La società dello spettacolo, che ormai è diventata talmente spettacolare da sembrare una parodia di se stessa, trasforma tutto questo in immagini. Una barricata, un’auto bruciata, uno sbirro in tenuta antisommossa, un ragazzo con il volto coperto dalla kefiah. Poi il dibattito televisivo mette tutto dentro una scatola e gli appiccica sopra un’etichetta: estremismo.
È fatta.
Non serve più capire. Serve soltanto scegliere da che parte stare. È questa probabilmente una delle grandi vittorie del nostro tempo: aver trasformato la politica in una successione infinita di schieramenti emotivi nei quali ciascuno può sentirsi dalla parte giusta senza essere costretto a chiedersi da dove venga il problema.
Così Macron può parlare di guerra e sentirsi dentro la grande storia europea mentre la piccola storia francese gli brucia sotto il culo. E non c’è nemmeno bisogno di sostenere che le due cose siano direttamente collegate. Non lo sono, almeno non nel senso semplicistico secondo cui una manifestazione sarebbe organizzata dal Cremlino perché qualcuno ha acceso un cassonetto o un banco di scuola.
Il punto è un altro, ed è molto più scomodo: mentre la classe dirigente europea si prepara psicologicamente e materialmente a una possibile guerra internazionale, una parte crescente delle società europee vive già una condizione di conflitto permanente con il proprio presente.
È una guerra senza carri armati, nella quale non si spara ma si compete per un posto di lavoro, per una casa senza muffa alle pareti, per una tac, per un futuro che non sia una versione peggiorativa del passato. È una guerra nella quale non ci sono uniformi e medaglie, perché il nemico non ha una faccia precisa: è l’affitto che aumenta, il contratto che scade, la pensione che si allontana, la scuola che non funziona, il tempo che manca, la sensazione di essere diventati superflui già a vent’anni.
È l’intuizione di Fisher sul capitalismo come macchina capace di distruggere continuamente le condizioni della propria stabilità che torna a mordere. Il sistema innova, rompe, sostituisce, precarizza e poi si meraviglia quando le persone non applaudono. Promette libertà e produce dipendenza, promette mobilità e produce espulsione, promette futuro e consegna nostalgia.
Poi arriva qualcuno e dice che è colpa dei russi. Può anche darsi che i russi soffino sul fuoco. Ma dai su, bisogna pur chiedersi chi abbia riempito la stanza di benzina!
Il problema dell’Europa non è soltanto che Putin possa approfittare delle sue divisioni. È che le divisioni esistono davvero, e spesso precedono di parecchio qualsiasi algoritmo di Mosca. Perché il capitalismo può anche convincerti che non esiste alternativa, ma non può impedire per sempre che tu ti accorga che il presente fa schifo. E, quando te ne accorgi, può succedere di tutto.
Puoi votare l’estrema destra, puoi diventare sovranista, puoi non votare più nessuno, puoi chiuderti in casa a guardare una serie distopica di Netflix, puoi dare la colpa agli immigrati, agli ebrei, ai ricchi, ai poveri, agli americani, ai russi, ai cinesi, ai marziani o al cazzo che ti pare. Potresti pure diventare comunista.
La domanda invece resta ed è una sola: che vita mi state offrendo?
È una domanda che nessun vertice NATO può neutralizzare e che nessun discorso sulla deterrenza può cancellare. Ma soprattutto è una domanda che, quando diventa collettiva, comincia a fare paura. Perché allora il potere può continuare a guardare verso Mosca, Pechino o Washington, può disegnare mappe, spostare eserciti e mandare in giro quella prugna secca della Kallas a spiegare al mondo quanto sia necessario prepararsi al peggio. Ma se nel frattempo sotto il balcone ci sono le barricate, i fuochi e una generazione che non ha più molta voglia di ascoltare le prediche sul futuro, forse sarebbe il caso di guardare anche verso il basso. Non per scoprire chi ha acceso il fiammifero. Ma per capire perché c’erano quelle taniche in salotto.
Macron voleva prepararsi alla guerra con la Russia. E invece, per una volta, la guerra non è arrivata da Mosca.
Era già in casa.
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