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La forma dell’acqua

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C’è stato un momento in cui una parte della sinistra ha deciso che parlare di salario, di rapporti di forza e di proprietà fosse diventato troppo faticoso. Molto più semplice spostare il fuoco sull’identità, trasformandola in un prodotto da mettere in vetrina come il televisore in offerta da MediaWorld.

Il paradosso è che il vecchio lessico è rimasto. Si continua a pronunciare parole come “classe”, “capitale”, “plusvalore”, “sfruttamento”, ma ormai suonano come il latino durante una messa: formule recitate senza che nessuno ci creda davvero. Dentro quel vocabolario è stato infilato il multiculturalismo come una protesi montata in fretta e furia, con il risultato di costruire un ircocervo che sembra un barboncino. E pure rosa.

Così succede una cosa curiosa. Se un operaio italiano perde il posto di lavoro, ci spiegano che è una contraddizione del capitalismo. Se ventimila disperati vengono reclutati per raccogliere pomodori a due euro l’ora, improvvisamente diventano “manodopera indispensabile”. Lo sfruttamento è identico, ma cambia il dizionario. Non perché siano cambiati i rapporti di produzione, ma perché è cambiato il pubblico a cui bisogna strappare un applauso.

Il trucco, in fondo, è sempre lo stesso. Ridurre gli esseri umani a una funzione economica e poi cadere dalle nuvole quando qualcuno si ostina a difendere qualcosa che non entra in un foglio Excel.

Per riconoscere che una comunità possiede una storia non serve riesumare il sangue, la razza o le genealogie care ai paranoici dell’identità. Basta quel buon senso che l’economicismo, tanto quello travestito da progressismo quanto quello che si presenta in giacca e cravatta liberale, ha sempre cercato di sotterrare.

Il crollo del comunismo reale non ha liquidato la questione dei popoli. Ha semplicemente lasciato il campo libero a due caricature. Da una parte un antifascismo ridotto a riflesso pavloviano, incapace perfino di nominare il problema senza vedere camicie nere dappertutto. Dall’altra una destra identitaria che spaccia per ribellione quello che spesso è soltanto un’altra variante del medesimo ordine economico.

Prendete l’etnopluralismo di Alain de Benoist e soprattutto di Guillaume Faye. C’è chi continua a raccontarlo come l’antidoto al capitalismo globale, quando in realtà nasce proprio negli anni in cui il capitale riorganizza sé stesso su scala planetaria. Non rappresenta un’eresia del sistema: ne parla semplicemente un altro dialetto. Se il mercato pretende merci che attraversano il mondo senza ostacoli, l’etnopluralismo gli risponde immaginando culture trasformate in compartimenti stagni. Il passaggio è quasi inevitabile: si parte dalla constatazione, banalissima, che le culture siano differenti e si finisce per trattare quelle differenze come confini invalicabili, fino a trasformare la convivenza in una profezia destinata ad avverarsi da sola. E quando la politica rinuncia a governare i conflitti sociali, il rischio è che il conflitto venga raccontato come inevitabilmente etnico.

Il vero tradimento, però, non è aver smesso di parlare di razza. Sarebbe persino una buona notizia. Il vero tradimento è aver smesso di parlare di classe, sostituendola con identità sempre nuove, sempre più frammentate, sempre più commerciabili. A quel punto importa poco che il venditore si dichiari progressista o sovranista. Il trucco resta identico, perché serve a evitare l’unica domanda che continua a fare paura a chiunque sieda nei palazzi del potere: chi possiede cosa, chi decide per chi e chi incassa i profitti mentre tutti gli altri litigano sulle bandiere.

Io intanto sto al mare a parlare della forma dell’acqua. Sono il primo colpevole, ma almeno non invoco la legittima difesa.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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