Ittica NewsLavoro 4.0

Il lavoro giusto, purché gratis

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A Berlino, dopo la vittoria della Linke, si parla di contrastare il precariato e le esternalizzazioni. A Torino, invece, il sindaco Stefano “Bloomberg” Lo Russo potrebbe rispondere con il suo modello di città degli eventi: qualche lavoratore regolarmente assunto, una bella dose di appalti, una spruzzata di cooperative e, alla bisogna, il volontariato.

Non è sarcasmo. Il Comune di Torino gestisce direttamente il progetto “Giovani per Torino”, attraverso il quale giovani tra i 16 e i 30 anni vengono impiegati come volontari in occasione di eventi e manifestazioni culturali. La partecipazione è gratuita. C’è l’assicurazione, c’è l’attestato, ci sono i benefit eventualmente previsti. Manca soltanto una cosa piuttosto prosaica: lo stipendio.

Naturalmente il volontariato è una cosa seria e nessuno pretende di trasformare ogni attività civica in un contratto collettivo nazionale. Ma quando il volontariato entra sistematicamente nella macchina organizzativa della città degli eventi, la domanda diventa inevitabile: dove finisce la partecipazione civica e dove comincia la sostituzione di lavoro che, in altre condizioni, dovrebbe essere retribuito?

La faccenda diventa ancora più interessante perché la stessa amministrazione comunale che utilizza questo modello proclama ufficialmente di voler combattere il dumping contrattuale, le esternalizzazioni selvagge e i subappalti a cascata. Se non ricordo male, lo scorso marzo Comune e sindacati hanno sottoscritto un protocollo che parla esplicitamente di sicurezza, continuità occupazionale, dignità dei lavoratori e contrasto alla concorrenza fondata sul ribasso dei diritti salariali.

Benissimo.

Ora però bisognerebbe prendere quella dichiarazione e portarla fuori da Palazzo Civico per farla diventare parte attiva nei grandi eventi, nei servizi esternalizzati, nelle cooperative, nelle società che gestiscono pezzi della macchina pubblica e in tutta quella gigantesca economia temporanea che compare quando Torino decide di diventare, per qualche giorno, capitale di qualcosa.

Perché il problema, cari i miei liberalotti, non è soltanto quanto costa un evento. Il problema è chi paga il costo sociale dell’evento. E qui la faccenda diventa parecchio meno glamour.

Una città può riempirsi la bocca di inclusione, prossimità, partecipazione, innovazione sociale e “buone pratiche”, mentre sotto il palcoscenico continua a funzionare la solita vecchia macchina: comprimere il costo del lavoro, esternalizzare, subappaltare e, naturalmente, chiedere di lavorare gratis in nome della partecipazione.

Peccato che alla fine sia solo capitalismo con la maglietta della festa patronale.

E il paradosso è che proprio mentre Torino discute di “lavoro giusto”, la sua economia degli eventi rischia di riprodurre quella stessa logica che il concetto di lavoro giusto dovrebbe mettere in discussione.

Non basta dichiarare di essere contro il precariato.

Bisognerebbe cominciare a chiedersi quanta precarietà produce direttamente il modello di città che si è scelto di costruire.

Siamo alle dinamiche solite. Se per organizzare la festa bisogna sempre trovare qualcuno disposto a lavorare per poco, per un giorno, per un appalto, per una cooperativa o addirittura gratis, forse il problema non è il lavoro.

Forse è la festa.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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