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La partecipazione non è esserci. È contare.

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Il nichilismo vero, quello senza sbocco redentivo con cui di solito chiudo i miei “pezzi”, non spiega il meccanismo, lo mostra e basta. Invece, in questa cosa che ho scritto, c’è quasi una proposta implicita (“rimettere insieme sapere, conflitto e decisione”) che suona più lucida, quasi riformista, che insurrezionalista. È forse il pezzo più saggistico e meno militante che ho scritto di recente.

La partecipazione non è esserci. È contare.
Puoi essere presente a una riunione, a un’assemblea, a un congresso, a una consultazione pubblica, puoi perfino prendere il microfono e dire la tua, senza avere partecipato a un belino di niente. Se quando te ne vai la decisione è esattamente quella che era stata presa prima che arrivassi, sei stato soltanto arredamento democratico.

La partecipazione come agente trasformativo comincia quando la nostra presenza può modificare qualcosa. Non quando ci chiedono un’opinione, ma quando l’opinione entra dentro il conflitto attraverso il quale si produce la decisione.
La partecipazione vera è scomoda. Fa perdere tempo. Produce conflitto. Costringe a trattare con persone che non la pensano come noi. Espone alla possibilità di avere torto. E soprattutto introduce nel processo decisionale qualcosa che le organizzazioni amano pochissimo: l’imprevisto.

Una partecipazione senza potere è invece una cosa meravigliosa per chi il potere ce l’ha già. Puoi ascoltare tutti, raccogliere contributi, organizzare tavoli, fare questionari, convocare Stati generali, aprire piattaforme digitali e produrre una quantità industriale di verbali. Poi, alla fine, decidere esattamente quello che avevi deciso prima. È qui che il discorso esce dall’organizzazione e arriva direttamente alla politica.

Negli ultimi decenni si è prodotta una frattura evidente fra politica e cultura. Da una parte la politica ha progressivamente smesso di avere bisogno della cultura: non della cultura come ornamento, quella va benissimo, ma della cultura come strumento per capire i rapporti sociali, interpretare i conflitti e costruire una visione del mondo. Dall’altra una parte consistente della cultura politica ha smesso di avere bisogno della politica.

Il risultato è stato perfetto. La politica si è ridotta sempre più alla gestione dell’esistente, mentre una parte degli intellettuali ha continuato a produrre interpretazioni dell’esistente. Gli uni governano il presente senza più sapere bene perché. Gli altri spiegano il mondo senza avere più alcun modo di modificarlo.

È in questo quadro che nasce il disprezzo per i “professori”. Il problema è che il professore, nell’immaginario popolare contemporaneo, è diventato quello che ti spiega perfettamente perché le cose sono come sono, ma poi non riesce a spostare di un millimetro una sola delle cose che ha spiegato.

Il professore sa. Analizza. Decostruisce. Contestualizza. Problematizza. Poi prende il gettone di presenza, si lucida l’ego e torna a casa. Per tutti gli altri domani mattina il supermercato apre alle otto, l’affitto scade il cinque, il lavoro è ancora precario, l’ospedale ha meno personale e il treno è in ritardo.

Non è difficile capire perché, a un certo punto, quello che ti spiega il mondo venga percepito come uno che non serve a niente. Ma sarebbe troppo comodo dare tutta la colpa ai professori. Infatti c’è l’altra faccia della stessa medaglia: il disprezzo per la cultura è spesso il prodotto della rinuncia alla politica.

Se non vuoi più capire come funziona il mondo, puoi sempre convincerti che quelli che cercano di capirlo siano dei coglioni.
E così nasce una curiosa guerra fra due impotenze. Da una parte quelli che sanno tutto ma non riescono più a trasformare nulla. Dall’altra quelli che non vogliono più sapere nulla perché hanno imparato a diffidare di chi pretende di spiegargli qualcosa.

In mezzo, la politica si svuota. E quando la politica si svuota, la partecipazione diventa impossibile perché viene meno il luogo nel quale la partecipazione dovrebbe produrre conseguenze. È forse questa la frattura più interessante: non abbiamo semplicemente smesso di partecipare alla politica; abbiamo smesso di credere che la partecipazione possa trasformare qualcosa.

Il cittadino diventa consumatore di politica. Consuma leader, slogan, indignazioni, video, meme, sondaggi, talk show, post, dichiarazioni. Può perfino sentirsi politicamente incazzato ventiquattro ore al giorno senza mai diventare politicamente attivo. È una forma di partecipazione perfetta per il mercato politico contemporaneo: molta espressione, pochissimo potere.

Il disamore diventa reciproco. La politica guarda il cittadino come qualcuno da convincere. Il cittadino guarda la politica come qualcosa di cui diffidare. La cultura guarda entrambi dall’alto. E tutti e tre, più o meno, si lamentano del fatto che gli altri non capiscano niente. La partecipazione, invece, dovrebbe rompere questo triangolo.
Perché partecipare significa rimettere insieme tre cose che abbiamo separato: sapere, conflitto e decisione.

Invece il sapere senza partecipazione diventa accademia. La partecipazione senza sapere diventa plebiscito emotivo.
Il conflitto senza organizzazione diventa rabbia. L’organizzazione senza conflitto diventa burocrazia. E la politica, senza tutto questo, diventa amministrazione dell’esistente.

La partecipazione è il momento in cui la cultura smette di essere spiegazione, la politica smette di essere rappresentazione e le persone smettono di essere pubblico.
È il momento in cui qualcuno entra nella stanza e pretende di poter spostare il tavolo, anche a rischio di sgualcire la tovaglia di fiandra.

Non è necessariamente vincere. Non è necessariamente avere ragione. È pensare ragionevolmente di poter cambiare la posizione delle sedie.

Altrimenti non è partecipazione.

È arredamento.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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