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Un piano più giù

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La destra meloniana e quella vannaXiana hanno capito una cosa: la rabbia sociale esiste. È concreta, cresce dove i salari non bastano, dove il lavoro perde valore, dove la casa diventa una merce proibitiva, dove i servizi pubblici si restringono e dove una parte sempre più larga della popolazione ha la sensazione di essere stata abbandonata ai margini dell’Impero. Il problema è che la rabbia può prendere direzioni diverse. Può risalire la scala sociale e arrivare fino a chi possiede e comanda oppure può essere fatta precipitare di qualche piano fino a trovare qualcuno ancora più in basso da prendere a calci.

La destra ha scelto la seconda strada, quella della semplificazione estrema. Meloni, VannaXi e quel cazzaro in picchiata di Salvini non hanno bisogno di spiegare al pensionato perché la sua pensione vale meno. Gli spiegano che il problema è il migrante. Non devono spiegare al lavoratore precario perché il suo stipendio si volatilizza al supermercato. Gli spiegano che il problema è chi riceve il reddito di cittadinanza o chi arriva da fuori. Non devono spiegare alle periferie perché gli spostapovery fanno schifo. Basta raccontare che qualcuno, da qualche parte, riceve privilegi che loro non ricevono. Non devono mettere in discussione la distribuzione della ricchezza: basta convincere chi ne ha poca che chi ha ancora meno non merita nemmeno quel poco.

È la vecchia guerra fra poveri, soltanto aggiornata al mercato contemporaneo.

Gramsci avrebbe riconosciuto il meccanismo. Il dominio più efficace non è quello che deve continuamente usare la forza per imporsi, ma quello che riesce a trasformare i propri interessi in senso comune. Quando il subalterno finisce per guardare il mondo attraverso categorie che non mettono in discussione la propria subordinazione, l’egemonia ha già fatto il grosso del lavoro. Non serve convincerlo che sta bene. È sufficiente convincerlo che il suo problema non è quello che sta sopra di lui, ma quello che sta sotto.

È qui che l’identità diventa una macchina politica formidabile. Perché l’identità non chiede quanto guadagni, quanto possiedi, quanto sei protetto dal licenziamento, quanto paghi di affitto o quanto ti costa mandare tuo figlio all’università. Ti chiede a quale gruppo appartieni. Ti offre una comunità immaginaria nella quale il piccolo imprenditore indebitato, il lavoratore dipendente, il pensionato con la minima e il miliardario evasore possono improvvisamente ritrovarsi dalla stessa parte della barricata, purché dall’altra parte ci sia qualcuno abbastanza diverso da diventare il nemico.

Il dominio non passa soltanto dal portafoglio. Passa dalle categorie con cui impariamo a classificare il mondo, dal linguaggio con cui distinguiamo il rispettabile dal miserabile, il normale dal diverso, chi “si dà da fare” da chi “vive sulle spalle degli altri”. La disuguaglianza economica può così trasformarsi in gerarchia morale. Non sei povero perché vivi dentro rapporti economici che distribuiscono in modo diseguale reddito e potere. Sei povero perché non sei abbastanza bravo. Oppure perché qualcun altro, ancora più povero, ti sta portando via qualcosa. È una spiegazione semplicissima. Proprio per questo funziona.

Adorno, con la sua analisi dell’autoritarismo, aveva già osservato quanto facilmente la frustrazione prodotta dalla propria condizione possa essere indirizzata verso gruppi percepiti come inferiori o minacciosi. Quando il mondo diventa troppo complicato per essere compreso attraverso i suoi rapporti reali di potere, il nemico facilmente diventa più utile della spiegazione. Il migrante, il diverso, il buonista, il comunista, il femminista, l’ ambientalista, il professorone, il “radical chic”: cambia il bersaglio, ma il meccanismo resta sorprendentemente stabile.

Una società attraversata da conflitti reali può essere ricomposta intorno a un nemico comune. La tensione che nasce dall’alto può essere scaricata verso il basso. La rabbia che dovrebbe cercare le proprie cause viene trasformata in caccia al colpevole. E così il povero può sentirsi finalmente potente almeno davanti a qualcuno ancora più vulnerabile di lui. Il paradosso è che, mentre gli ultimi vengono messi gli uni contro gli altri, il sistema che produce la loro condizione resta tranquillamente fuori campo.

Meloni e VannaXi non sono uguali, ma operano dentro una politica nella quale il conflitto sociale viene continuamente ricodificato come conflitto identitario. La domanda: “Perché sono sempre più povero?” viene sostituita dalla domanda: “Chi appartiene davvero alla mia comunità?”. La domanda: “Chi possiede la ricchezza?” viene sostituita dalla domanda: “Chi minaccia il nostro modo di vivere?”. La domanda: “Chi decide?” viene sostituita dalla domanda: “Chi dobbiamo mandare via?”. Intanto il proprietario resta proprietario.

Il capitale compie la sua magia: non ha bisogno di essere difeso, perché nessuno lo attacca più. È sufficiente che il discorso politico renda impronunciabile la domanda sulla sua distribuzione. Puoi parlare per ore di immigrati, frontiere, patriarcato, tradizione, woke, sicurezza, identità nazionale e decoro urbano senza mai arrivare al punto in cui qualcuno chiede perché una minoranza possieda una quota enorme della ricchezza mentre una maggioranza vive del proprio lavoro.

La cosa più grottesca è che questa operazione di “copertura” viene spesso venduta come ribellione. Il linguaggio è quello della rivolta, il tono quello della periferia arrabbiata, il lessico quello da bar e il nemico ufficiale è l’élite. Ma una rivolta che non mette mai in discussione i rapporti economici che producono la subordinazione non produce alcun cambiamento. È questa la grande furbata della Santa Alleanza tra coatte, generali e girasagre da una parte e chi, dall’altra, gioca a Risiko con i nostri culi.

Loro vogliono conquistare il mondo. A noi basterebbe viverci senza scassarci troppo il cazzo a vicenda.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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