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Happy Hour dell’Apocalisse

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Adenocromo on the rocks

No, non è il mio solito titolo anarconichilista che richiama le teorie complottiste da bar di provincia. È proprio la metafora tossica di un’élite che fa schifo al cazzo non tanto perché beve sangue, ma perché vive ubriaca di impunità. E noi di riflesso a fare gli intenditori del nulla, a discutere se il retrogusto sia più di mutandine di minorenne pisciate di paura o di zolfo trumpiano ma anche clintoniano. Perché non so voi cosa pensiate, ma qui sembra di stare al Masterchef della follia, mentre la ragione si ammoscia come un soufflé scadente.

I bambini come “piatto forte” nel menù dei ricchi? Minori rapiti dal fango del mondo e poi serviti a tavola come nella celeberrima scena della sirena bollita contenuta ne “La pelle” di Curzio Malaparte? Può pure essere, con le élite debosciate che governano quella che sembra ogni giorno di più una gabbia di matti globale. Invece no, il piatto forte siamo noi. Noi che a nostra volta digeriamo tutto. Noi che trasformiamo ogni abisso in format.

L’isola degli orrori non è un luogo: è un sistema operativo. Cambia dominio, cambia facce, ma resta la struttura. Una spa per predatori con massaggio istituzionale incluso.

E poi c’è la guerra. Sempre la stessa, solo più fotogenica. Ogni tempo ha il suo trailer apocalittico. Il nostro ha le notifiche push. “Breaking: escalation.” Ma escalation de che, dorcopio? È la solita roulette russa con tutte e sei le camere cariche e la diplomazia che fa da influencer motivazionale sghembo. Avete presente Tajani quando, con il solito mirabile intuito, dice: “Non so quanto convenga all’Iran indurire la situazione”. Ecco, il livello è questo.

Nel frattempo, la colonna sonora nazionale parte in “sal” maggiore. Neomelodico che trionfa, cori da stadio emotivo e l’Italia dei patrioti che si stringe a coorte genuflettendosi per la fellatio dovuta al prepotente del momento nella speranza che un giorno questo chini la testa e si accorga di chi lo sta spompinando con tanto impegno. E non importa se sotto le ginocchia c’è una crepa profonda che va da Palazzo Venezia, pardon Chigi, all’Inferno. Ma guai a dirlo: nel mondo al contrario sei tu l’elitista, lo snob, quello che non si diverte mai alle loro cene eleganti.

Cosa potrebbe andare male?

Tranquilli, nulla. Tutto è già andato a puttane, a trans, a bambini e pure oltre. Oggi sono i tour operator che organizzano viaggi a Little Saint James per sceneggiatori di snuff movies in cerca di ispirazione. Perché, come dicevano simpatici cazzari come Pirandello, Twain e Einstein, la realtà supera sempre la fantasia. Solo che noi chiamiamo questa cosa “normalità”.

Mi spiace spoilerare sempre il finale, ma la vera distopia non è l’orrore. È l’assuefazione. È il fatto che leggiamo scandali come fossero oroscopi: “oggi potente rischio di collasso etico, ma Saturno è in Venere: il tempo di venire e sono due punti di PIL. Siamo diventati contemporaneamente guardoni e sommelier della catastrofe. Annusiamo, assaggiamo, commentiamo e, alla fine, pure noi buttiamo giù. La società globale come categoria di YouPorn. Fine.

L’Epifania del dolore

Sotto la scorza del sarcasmo nichilista, sotto il turpiloquio da autodifesa, c’è una cosa che brucia: la sensazione di essere comparse nel nostro stesso tempo. Non protagonisti, non antagonisti, ma pubblico. Pubblico pagante. E pubblico che paga due volte: la prima con le tasse che tengono in piedi il circo di puttanieri, pedofili e predatori seriali di profitto; la seconda con la nostra salute mentale.

Lo storytelling ufficiale è una ninna nanna per adulti funzionali: “State tranquilli, il sistema ha i suoi anticorpi”. Ok guys, peccato solo che l’infezione sia il sistema. E noi lì a fare i globuli bianchi contro noi stessi, facendo la punta al cazzo sui sintomi, mentre la febbre continua a salire.

Il punto non è scandalizzarsi. Il punto è non diventare arredamento nella casa degli orrori. Non trasformarsi in pianta ornamentale nel salotto dell’apocalisse. Perché è così che ci vogliono: bonsai potati, ordinati, decorativi. Rabbia sì, ma solo se preventivamente addomesticata. Dissenso va bene, purché sia monetizzabile.

L’ anarcoinsurrezionalismo di Marco Roy Batty “ostinato e contrario” non è certo quello di lanciare slogan come coriandoli sperando in una carriera diversa da quella già precaria di misuraviste. È rifiutare il copione. È guardare il circo e dire: io non voglio soffrire di ginocchio della lavandaia. Piuttosto, come un Sansone dei quartieri brutti, smonto il tendone. Anche se mi cadrà addosso.

E sì, un po’ fa paura. Perché quando smetti di ridere per davvero, quando il disgusto che esce dai tuoi pori non basta più a coprire il tanfo, resti nudo davanti alla domanda che chiunque evita: “E tu, bello mio, che fai?” Non “Che ne pensi”. Non “Che post scrivi”. Proprio “Che fai”.

Ok allora, per quel che mi riguarda, certamente nulla di epico. Magari solo non collaboro alla farsa. Non applaudo. Non condivido l’indignazione di maniera. Mi tengo stretto il disagio come una scheggia di dolore sotto la pelle che non voglio togliere, perché la uso per sentirmi vivo.

In un’epoca che trasforma tutto in intrattenimento — il male, la guerra, la musica, la politica, perfino la ribellione — l’unico atto davvero sovversivo è restare irriducibilmente umano. Scomodo. Non sistemizzato.

E questo non vende. Non trendizza. Non vince premi.

Ma almeno non ti beve l’anima con l’ombrellino sopra.

🌹🏴‍☠️🍹

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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