Se vi piacciono i Bignami (non il prode Galeazzo), la tabella qua sotto potrebbe bastarvi. Se volete qualche spunto di riflessione che aiuta a capire e magari anche ad approfondire da soli, proseguite oltre. Che dire, buona lettura.

Gli equilibri del potere su scala mondiale stanno cambiando. Ben prima della rielezione di Trump si parlava di deglobalizzazione o, quanto meno, di rallentamento della globalizzazione, una dinamica osservata a partire dalla crisi finanziaria del 2008 per effetto di un aumento del protezionismo, di un contesto geopolitico sempre più complesso e, successivamente, dei problemi alle catene di approvvigionamento legati alla pandemia di Covid (Fonti: EY, FMI World Outlook, Aprile 2024, Il Sole24Ore).
Ora, dopo lo shock innescato dal “Liberation Day” del babbione laccato oro, quando il presidente USA ha presentato la famigerata tabella di dazi reciproci facendo tremare i mercati finanziari, le cose si sono complicate ulteriormente.
Intanto però non è tutto oro quel che brilla nel nuovo corso degli USA, ma potrebbe essere solo il colore della nuova lacca di Trump. Infatti ci sono altri protagonisti che stanno salendo alla ribalta e che si presentano come un’alternativa per l’economia mondiale, i cosiddetti BRICS.
I BRICS non passeranno di moda: i numeri e le prospettive
Stando ai calcoli del Fondo Monetario Internazionale – quelli che ho trovato sono aggiornati al 2024 – la quota sul PIL globale dei Paesi del G7 (USA, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Giappone e Canada) era pari al 42,1% nel 2002 (calcolato in parità di potere d’acquisto), ma è sceso progressivamente nel corso degli anni, arrivando al 29,6% nel 2024. Al contrario, per i BRICS la percentuale è salita dal 24,1% del 2002 al 36,7% dell’anno scorso.
C’è di più. Con l’inclusione di nuovi partner tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, i BRICS+ rappresentano oggi circa il 41,4% del Prodotto Interno Lordo mondiale, sempre calcolato in parità di potere d’acquisto. Insomma, dopo decenni di dominio incontrastato dei Paesi sviluppati, qualcosa sta rapidamente cambiando.
I numeri della crescita economica: il divario tra BRICS+ e G7
Le previsioni del FMI per il 2024 parlano chiaro: i paesi BRICS+ sono destinati a registrare tassi di crescita economica ben superiori a quelli del G7. La Cina, con una crescita del PIL reale stimata al 4,6%, e l’India, che si appresta a raggiungere un impressionante +6,8%, continuano a spingere l’economia globale in avanti. A queste due superpotenze emergenti si aggiungono paesi come Etiopia (+6,2%), Emirati Arabi Uniti (+3,5%) e Iran (+3,3%), che riflettono una vitalità economica diffusa nel Sud globale. Anche la Russia, che nonostante le sanzioni imposte dai guerrafondai europei per procura continua a mantenere una crescita prevista al +2,8%, dimostra il trend positivo di questi paesi nel contesto attuale.
Al contrario, i paesi del G7 sembrano bloccati in una spirale di stagnazione. Gli Stati Uniti, pur registrando una modesta crescita del +2,7%, non riescono a mantenere il ritmo dei BRICS+, mentre economie come quella tedesca (+0,2%) e britannica (+0,5%) sembrano ormai sull’orlo di una recessione cronica. Paesi come l’Italia (+0,7%) e il Giappone (+0,9%) non fanno eccezione, dimostrando una difficoltà generalizzata a rilanciare le proprie economie. La differenza tra i due blocchi è evidente e rappresenta un segnale inequivocabile che la centralità economica e politica del G7 sta venendo rapidamente meno.
BRICS+ vs G7: i “grandi” e i più grandi
I BRICS+, che all’inizio sembravano la réclame di un detersivo, oggi rappresentano il 45% della popolazione mondiale e, da quando hanno aggiunto membri come Arabia Saudita, Iran, Egitto ed Etiopia, controllano circa il 44% della produzione globale di petrolio. In pratica, se chiudono i rubinetti, al G7 non resta che fare le riunioni a lume di candela scaldandosi con le scorregge.
Il G7 invece, per il momento, fa summit al caviale in lussuosissimi resort blindati per “difendere la democrazia”, salvo poi vendere armi all’Ucraina e al genocida Netanyahu e dovunque l’economia di guerra porti ossigeno al PIL asfittico. Al contrario I BRICS parlano di multipolarismo, che significa una cosa sola: basta col dollaro come arma di ricatto. Infatti stanno creando sistemi di pagamento alternativi, comprano oro come se fosse pane e usano sempre meno la valuta americana negli scambi bilaterali.
E qui casca l’asino: perché il G7, che campa stampando dollari ed euro, senza il monopolio della moneta rischia di ritrovarsi come quel vecchio rocker che canta solo i successi di 40 anni fa. Intanto i BRICS+ costruiscono ferrovie, porti e gasdotti in Africa, America Latina e Medio Oriente. Certo non lo fanno gratis e non è neppure che tra loro si amino, ma non si può dire che facciano più schifo dell’Occidente. Alle brutte è un pari.
Morale: il G7 è un club che si riunisce per ricordare i bei tempi andati. I BRICS+ sono quelli che, neppur tanto zitti zitti, stanno comprando il futuro.
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