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“The Boys” è finito. Requiem per l’ennesimo show incompiuto

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La quinta ed ultima stagione di The Boys è andata.

Parto subito dal paradosso, perché c’è un paradosso, e ignorarlo sarebbe disonesto. I punti di forza dello show sono rimasti intatti. La satira sull’America contemporanea è ancora pungente, la goduriosità trash e sanguinolenta è ancora lì, vitale, difficile da ignorare. C’è una piacevolezza di fondo che non sparisce neanche quando tutto il resto va a rotoli.

È proprio tutto il resto, in questa stagione,  che va a rotoli.

Personaggi che cambiano idea ogni cinque minuti senza che nessuno si sia preoccupato di motivare la cosa. Sottotrame completamente inutili, dimenticate nel giro di un nanosecondo. Approfondimenti inesistenti o talmente superficiali da fare rimpiangere l’assenza. Tutti i difetti storici dello show — e ne aveva, eccome — amplificati all’inverosimile e accompagnati da una bella collezione di difetti nuovi di zecca. Non è un incidente. È un collasso di sistema.

Il caso Gen V merita una menzione separata perché è una forma di disonestà narrativa che ha pochi precedenti. Ma come, gli autori passano quasi due episodi interi a fare da spot pubblicitario per uno show parallelo, pompando personaggi e aspettative, e poi quando questi personaggi finalmente appaiono li trattano da comparse. Marketing travestito da storytelling. E il colpo di grazia: Prime ha già annunciato che la terza stagione di Gen V non si farà. Hanno sacrificato la coerenza della loro stagione finale per promuovere un prodotto che stavano cancellando. Doppia disfatta. Hanno fottuto The Boys e non hanno salvato Gen V. Davvero pessimi.

Il finale di stagione (e della serie) divide, inevitabilmente. Chi si aspettava una conclusione ordinata è rimasto deluso. The Boys sceglie un finale sporco, ambiguo, pessimista — e da questo punto di vista mantiene una coerenza filosofica con i temi della serie. La domanda non è mai stata “chi vincerà”, ma “quanto dell’umanità sopravviverà alla guerra”. Risposta: poco. Il problema è che questo finale coerente arriva compresso e dispersivo insieme, con momenti emotivi che si accavallano senza respiro, morti importanti che colpiscono e altre che lasciano indifferenti, in un’accelerazione dell’ultima mezz’ora che sa di corsa ai ripari. Qualche episodio in più avrebbe aiutato. Ma la serie si trascinava già dalla terza stagione, quindi anche questo è un vicolo cieco.

La spiegazione potrebbe essere, come al solito, più materiale che spirituale e dunque più semplice. Prime ha visto calare gli ascolti negli anni e ha deciso di chiudere accelerando tenendo aperta la porta per altri spin-off più gestibili. La logica dello streamer ha mangiato la logica narrativa. Non è una novità, ma fa sempre schifo.

E poi c’è la questione più grande, quella che rende tutto il resto quasi secondario. The Boys nasceva come iperbole. Nasceva dalla distanza critica tra ciò che mostrava e ciò che esisteva. Quella distanza non c’è più. La realtà ha superato la funzione. Non abbiamo bisogno di Homelander: abbiamo gli originali, in carne e ossa, con i social e i miliardi e il messianismo da intrattenimento. Quando il documentario supera la satira, la satira perde il suo spazio vitale. The Boys poteva finire benissimo o malissimo, cambiava poco. In qualunque caso, era già fuori tempo massimo.

Requiem, dunque. Per uno show che nelle prime due stagioni era probabilmente la cosa più intelligente e corrosiva vista su un network televisivo americano. Peccato solo che abbia finito per replicare esattamente le logiche che criticava: iperproduzione, crossover, hype mal gestito, finale raffazzonato per rispettare le scadenze di qualcun altro.

The Boys è diventato ciò che odiava. Almeno Homelander e Butcher lo sapevano.

🌹🏴‍☠️

 

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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