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L’alba di Xi

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Cina di oggi e Grecia antica: “una fazza, una razza”

Pare che Xi Jinping abbia citato Tucidide durante l’incontro con Trumpolo. Dicono i presenti che lo abbia fatto con quella compostezza confuciana che agli occidentali sembra saggezza e che invece è il volto presentabile del potere quando non ha bisogno di urlare.

La “trappola di Tucidide”, ovvero la potenza egemone che teme la potenza nascente, è quasi inevitabile. Il problema è che Xi la cita come avvertimento mentre il pedobancarottiere si chiede se sia una variante del Big Mac o un nome in codice per dire che figa ce n’è.

Filosofia vs escatologia

Da una parte c’è Donald Trump, l’uomo che crede di poter gestire il declino dell’Occidente come un fallimento immobiliare ad Atlantic City. Arriva al tavolo con il solito repertorio da televendita imperiale: dazi da ridurre in cambio di concessioni cinesi sulle terre rare, pressioni sull’Iran, l’eterna lagna sul deficit commerciale americano. Tutto impacchettato nella retorica tossica del “Make America Great Again”, che ormai somiglia sempre più a una seduta spiritica che a un’esortazione.

Dall’altra parte c’è Xi Jinping. Che non urla. Non twitta. Non si trucca color aragosta. E soprattutto non ha bisogno di fingersi vincitore a ogni conferenza stampa, perché la Cina la partita strategica la sta già vincendo nella realtà materiale: manifattura, logistica, tecnologia industriale, approvvigionamento delle materie prime, controllo delle filiere, pianificazione di lungo periodo.

I rapporti di forza

Vediamo cosa portano gli USA al banco delle trattative. Portano dazi da abbassare, ma per abbassarli hanno bisogno di qualcosa in cambio, e questo già li mette in una posizione subalterna. Portano richieste sull’Iran, un paese con cui Pechino intrattiene rapporti economici e strategici che risalgono a decenni prima che Trump e i suoi fasciomessanici scoprissero cos’è una carta geografica. Portano il deficit commerciale come se fosse un’accusa, mentre è semplicemente il risultato di quarant’anni di scelte industriali americane affidate al dio mercato, lo stesso dio che adesso non risponde al telefono. Nonostante le chiamate della telepredicatrice White-Cain, sì proprio quella che si veste come la Carrà fingendo di mandare in estasi la gente “con la sola imposizione della mano”. In pratica la versione in lamè del Mago Oronzo.

In cambio dello show, la Cina chiede tre cose

La prima: non essere ulteriormente provocata su Taiwan, perché chi capisce un po’ di relazioni internazionali sa che per Pechino non è una questione di politica estera ma di integrità territoriale. Il che significa che su questo punto non esiste spazio di manovra, esiste solo il rischio di un errore di calcolo fatale.

La seconda: vuole l’allentamento delle restrizioni sui semiconduttori avanzati, perché l’America pensa ancora di poter fermare un paese di 1,4 miliardi di persone con i divieti all’export, come se la storia non avesse già risposto a questa domanda mille volte.

La terza: vuole il riconoscimento formale di una parità nel sistema internazionale che esiste già nei fatti, nei cantieri navali, nei brevetti, nelle rotte commerciali, nelle riserve valutarie. In buona sostanza, il dragone cinese vuole che Washington smetta di atteggiarsi a Homelander confondendo la realtà con una serie di Prime.

Cosa può produrre questo vertice?

Mah, al massimo una riduzione random della volatilità dei mercati. Qualche grado in meno sul termostato delle cazzate da smargiasso dello yankeebabbione. Forse pure un “Board of Trade”, ma sarebbe solo l’ennesimo organismo destinato a gestire ciò che non si vuole risolvere. Infine qualche dichiarazione congiunta redatta in diplomatichese al solo scopo di dare l’impressione che almeno un adulto sia tornato nella stanza. L’altro, il bimbominkia, a novembre si dovrà confrontare con il suo elettorato di Flintstones rancorosi e dovrà pur dare l’impressione di aver ottenuto qualche risultato.

Cosa non cambierà?

Di sicuro non si potrà modificare la struttura sottostante. Il deficit commerciale resterà, perché la Cina produce quello che il mondo compra e l’America compra quello che non produce più. La superiorità manifatturiera cinese resterà, perché si costruisce con investimenti, infrastrutture e pianificazione pluriennale, tre cose che il sistema politico americano è strutturalmente incapace di fare. Il vantaggio militare cinese resterà, perché dipende da tecnologie — missili ipersonici, guerra elettronica, guerra sottomarina — che gli Usa non hanno ancora sviluppato in forma operativa. La dipendenza dalle terre rare pure resterà, perché i giacimenti stanno dove stanno e le filiere di estrazione e raffinazione si costruiscono in decenni, non in settimane, non con un tweet, non con un dazio.

La morale di Roy

Tucidide però andrebbe letto per intero, non solo citato. Perché scrive che Sparta attaccò Atene non perché lo volesse, ma perché aveva paura. La paura, non la forza, spesso genera le guerre. E oggi la paura sta tutta da una parte sola. Quella che urla più forte, quella che cambia le regole mentre gioca, quella che si scopre improvvisamente dipendente da una catena di fornitura che ha esternalizzato decenni or sono in nome del profitto.

Xi non ha paura. Questo è il vero squilibrio del vertice. Non è una questione di chi c’è l’ha più lungo o di chi siede più in alto alla fotina di rito. È che uno dei due sa dove sta andando e l’altro sta improvvisando in tempo reale.

L’alba di Xi non è retorica da adulatori del socialismo di Stato. È che, mentre Washington discute di dazi, Pechino costruisce porti, strade, alleanze, reattori. Mentre il Congresso americano litiga su quanto è alto il soffitto del debito, la Cina è il primo partner commerciale di centoventi paesi e smette di contarli. Mentre Trump twitta puttanate per disabili dell’intelletto come una Meloni qualunque, Xi pianifica.

Molto probabilmente il vertice produrrà un comunicato e i mercati festeggeranno per quarantott’ore. Poi tornerà la realtà, quella che non partecipa ai vertici ma li subisce nelle bollette, nei figli che crescono nell’apatia della precarietà.

Tucidide, almeno, era onesto sul finale.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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