ll soprannome “Pitonessa”, per Daniela Santanchè, nasce da un mix di immagine pubblica, stile comunicativo e costruzione mediatica. Il termine evoca qualcosa di freddo, predatorio, elegante ma pericoloso allo stesso tempo. L’allegoria si lega perfettamente al suo stile: aggressivo, diretto, spesso sopra le righe.
Nei media e nella satira politica italiana i soprannomi “animaleschi” servono a fissare un’identità immediata. Oggi qua sopra si fa la nostra parte. Senza rancore Dany.
Cuneo, 1961. Figlia di un corriere. Niente di glamour, niente di predestinato. Eppure Daniela Santanchè nata Garnero capisce presto una cosa fondamentale: in questo paese non serve essere bravi quanto sembrare irraggiungibili.
Il primo mestiere è il marketing. Comunicazione, pubbliche relazioni ed eventi. Il lavoro di chi vende l’immagine degli altri finché non impara a vendere la propria. Poi arriva l’amico di sempre, un altro cuneese scalatore, Flavio Briatore da Verzuolo, uno che conosce bene la grammatica del lusso ostentato. Insieme aprono il Billionaire in Costa Smeralda. Poi il Twiga in Versilia, una combo che da sola dice tutto sul tipo di destra italiana che avanza negli anni Novanta: glamour, grano e gossip.
Nel 1995 entra in Alleanza Nazionale. L’orbita è quella di Ignazio La Russa, il Nonno Nanni dei fasci, in quel periodo alla ricerca di giovani ambiziosi che sovrastino le patetiche figurine della sinistra autoreferenziale. È proprio il decano dei nostalgici a darle copertura politica. E Daniela in cambio gli porta quello che lui non ha: verve, presenza scenica, tacco dodici e una faccia tosta che fa impallidire i colleghi di partito. Si sa che gli uomini di destra amano le donne aggressive purché siano le loro donne aggressive. Lei capisce la regola e la usa.
Parlamentare dal 2001. Relatrice della Finanziaria nel 2005. “Queste sono le nostre donne”, si dice a destra con orgoglio patriottico, come se rompere il soffitto di cristallo all’interno di un sistema marcio fosse una conquista invece di una cooptazione. Nello stesso anno mostra il dito medio agli studenti che protestano. Il segnale è chiarissimo: io sono della razza di quelli che non chiedono scusa.
Poi viene il momento Berlusconi. Lei ci prova, lui ci prova, lei dice “è ossessionato da me”, frase che nella destra vale più di tre lauree. Silvio sente puzza di concorrenza d’immagine. O è semplicemente che lei è maggiorenne da troppo tempo. E niente, non si trovano.
Litiga con Storace, fonda un partitino, si candida premier nel 2008 con La Destra: prima donna a farlo nella storia repubblicana. Il partito prende il 2%. Nessuno se lo ricorda. Lei nemmeno, evidentemente.
Il tempo di riciclarsi, come la plastica che le modella le fattezze, e ritorna. Nel 2017 approda definitivamente a Fratelli d’Italia, dove trova vecchi e nuovi amici: La Russa, il conterraneo Crosetto e soprattutto Giorgia. FdI diventa il partito giusto al momento giusto. Lei lo sapeva già. Le pitonesse sentono i terremoti prima dei sismografi.
Ministro del Turismo nel governo Meloni dal 2022. Nel frattempo ha costruito un piccolo impero editoriale — Visibilia, Novella 2000, Ciak — e si è infilata nel food biologico con Ki Group. Entrambe le avventure finiscono malissimo. Bilanci falsi per sette anni con Visibilia. Tre società fallite nel gruppo Ki Group-Bioera. Cassa integrazione Covid indebitamente percepita per lavoratori che continuavano a lavorare. 126mila euro frodati all’INPS, signori, mica monetine.
Ogni volta che esce uno scandalo, lei indossa un tailleur rosso fragola, prende gli occhialoni, la borsa griffata e va in aula a dire che è “il vostro male assoluto”. Funziona. Tre mozioni di sfiducia. Tre respinte. Meloni la copre sempre, finché può coprirla.
Non può più dopo il referendum sulla separazione delle carriere che i Fardelli d’Italia perdono di brutto. Saltano Delmastro e Bartolozzi. Meloni manda il messaggio: anche tu, Daniela. Lei resiste ventiquattr’ore, poi cede. Ma non senza veleno. “Obbedisco e pago anche per gli altri” ha quel sapore di ricatto e presagio insieme. Passano altre ventiquattr’ore e ‘Gnazzio dice di lei che “è una risorsa”. Fuori dalla porta, dentro dalla finestra.
Chapeau, davvero. Anche nell’ultimo atto, il sistema dimostra di funzionare. Danielona resta senatrice. Perché il mandato parlamentare non si rimette insieme al ministero: la legge vale per tutti, anche per chi ha processi in corso.
La storia di Daniela Santanchè nata Garnero non è la storia di una corrotta eccezionale. È la storia ordinaria di come funziona la destra italiana: si parte dal marketing, si arriva al potere, si usano gli uomini giusti al momento giusto, si incassano i favori, si aprono società, si falsificano i bilanci, si resiste finché si può. Quando non si può più, si manda una lettera con obbedisco e si lascia intendere che altri sono peggio.
Probabilmente è vero. Lo stiamo vedendo.
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