Non governa, fa propaganda. E questo dice tutto sulla profonda ignoranza che permea questo governo. Una leader che non parla al Paese, ma solo al suo elettorato di nostalgici e ignorantelli, gonfiandoli di futile orgoglio con falsità e mistificazioni, circondata da ministri che definire imbarazzanti è attribuirgli un merito. Un accozzaglia tenuta insieme da immunità e accordi sottobanco.
Fin dalle scelte nella formazione del governo Gioggia ci ha fatto intuire che non era il premier adatto a governare un paese di 60 milioni di abitanti come l’Italia. Si è contraddetta subitissimo sul merito con la nomina di Lollobrigida, sui parlamentari inquisiti con la madama Garnero, sul conflitto di interesse con Crosetto. E poi ancora, con Salvini, Tajani, Urso, Musumeci, Bernini, Sangiuliano e praticamente tutti i ministri, ha volato altissima sulla competenza. Per quel che riguarda la sua persona, Gioggia ha accumulato errori su errori come la telefonata con i comici russi, gli svarioni sull’economia, il mancato cordoglio sulle tragedie in mare e sul lavoro e l’incapacità di usare una calcolatrice davanti ai telespettatori.
I risultati delle sue politiche sono i seguenti: zero in sanità, zero sugli stipendi, zero sui programmi a venire, zero sulla cultura, zero sull’influenza internazionale. Zero su tutto. Nonostante ciò, una che parla come Aldo Fabrizi ed esibisce come best performance scolastica l’alberghiero, è salda al comando dell’ottava economia globale per PIL nominale.
Se questo è un quadro verosimile, e cazzo se lo è, ci si aspetterebbe di sentire i nitriti dei Mustang delle opposizioni annunciare il cambiamento epocale. Invece no, sono una mandria di ronzini bolsi che non riescono a comunicare nulla fuori dai loro recinti.
E allora capisci che il problema non è Meloni. Il problema è un sistema che produce Meloni e produce anche l’ “alternativa”. Un sistema che seleziona verso il basso con coerenza darwiniana applicata al contrario: sopravvive il meno adatto, purché sia il più fedele. La democrazia italiana non è in crisi. È in perfetta salute per quello che è diventata: una macchina per legittimare l’irrilevanza e far sentire rappresentata la mediocrità.
Nel frattempo, noi. Noi che non siamo né il gregge né i pastori, né i ronzini né i fantini. Noi che guardiamo questo circo equestre senza biglietto e senza illusioni. Consapevoli che aspettare il salvatore elettorale è come aspettare Godot con la tessera del partito in mano.
Solito spoilerone finale: il cambiamento non arriverà da questo parlamento di fasciocchi e filosofi parolai delle ZTL . Non può arrivarci strutturalmente. Arriverà — se arriverà — da chi ha smesso di chiedere il permesso.
Dal basso o niente.
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