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L’egemonia del vuoto

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Sono tornati per restare

Io non so se gente come Meloni, La Russa, Giuli e Bignami abbia sviluppato un progetto di egemonia culturale. Se lo ha fatto, sta funzionando.

No, non è una provocazione. È una constatazione. E chi finge di non capirlo mente, oppure è parte del problema. Perché l’egemonia non arriva con il decreto di un dandyministro evoliano. Giunge come abitudine, come stanchezza, come resa preventiva. Arriva quando nessuno difende più nulla e tutto diventa negoziabile, purché non disturbi.

L’egemonia che non si annuncia

Gramsci lo spiegava senza troppi giri di parole: il potere vero è quello che non ha bisogno di mostrarsi come tale. Governa chi decide cosa è normale. La destra italiana post fascista non governa perché è brillante, ma perché è insistente. Martella sempre sugli stessi concetti finché diventano paesaggio.

Non serve una dottrina. Serve disciplina. Serve occupare ogni spazio lasciato libero: televisione, scuola, memoria storica, linguaggio amministrativo, decoro urbano. È una colonizzazione a bassa intensità, ma continua. Ogni giorno un millimetro. Nessuna battaglia decisiva, solo logoramento.

Pasolini parlava di mutazione antropologica: un popolo riplasmato senza accorgersene. Bourdieu la chiamava violenza simbolica: il dominio che passa per il consenso, per l’adesione spontanea a ciò che ci danneggia. Oggi quella violenza ha accento patriottico, tailleur improponibili e lessico da bar.

La sinistra e l’abbandono del campo

La sinistra non è stata sconfitta. Si è ritirata nella comfort zone dei quartieri belli scambiando il mercato globale per una legge di natura. Ha smesso di parlare di sfruttamento e ha iniziato a parlare di buone maniere. Ha difeso la globalizzazione come se fosse un valore morale, ignorando che per milioni di persone si tratta di precarietà permanente e ricatto occupazionale: una vita sospesa. Ha protetto i vincenti e ha colpevolizzato i perdenti, chiamandoli arretrati, rancorosi e populisti.

Lasch lo aveva previsto: élite progressiste sradicate, cosmopolite, incapaci di riconoscere qualsiasi legame che non sia opzionale. Fraser ha messo il sigillo teorico: diritti simbolici in cambio di obbedienza economica. Inclusione retorica, esclusione materiale.

Questa non è distrazione. È scelta.

Sinistra istituzionale: nomi e responsabilità

Il problema non è astratto. Ha nomi e cognomi. È la sinistra dei partiti di governo, dei dirigenti cresciuti con i master delle università straniere, dei parlamentari che parlano come brochure ministeriali. È la sinistra che va da Prodi a Letta, da Gentiloni a Schlein, passando per l’intero ceto intermedio di commentatori, fondazioni, redazioni, università. Una sinistra che ha sostituito il conflitto con la reputazione e la politica con il posizionamento. Questa sinistra non ha perso solo le elezioni, ha perso il diritto di parlare di morale. Ha accettato senza colpo ferire la precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dei beni comuni, la subordinazione geopolitica, purché il tutto fosse accompagnato da un linguaggio civile e da qualche diritto simbolico concesso dall’alto.

Nel frattempo la destra ha fatto ciò che fa sempre chi prende sul serio il potere: si è fatta spiegare Lasswell, ha individuato un target e, parlando alla pancia e alla testa insieme, ha offerto identità dove c’era sradicamento, ordine dove c’era caos, colpa dove c’era confusione. Non importa che le risposte siano false: importa che siano semplici e coerenti.

Il trumpismo come laboratorio imperiale

Il trumpismo è il momento della verità. Quando la globalizzazione smette di servire, viene buttata via senza nostalgia. Altro che progresso irreversibile. Tornano i confini, tornano i dazi, torna la forza nuda. Non è sovranismo: è riorganizzazione imperiale.

Gli Stati Uniti non si stanno chiudendo: stanno selezionando. Decidono chi può commerciare, chi può produrre, chi può esistere. È lo schema prebellico del Novecento che riaffiora: crisi, protezionismo, nazionalismi armati, leader che promettono grandezza o, in alternativa, protezione, in cambio di obbedienza. Dai “Chicago Boys” alla Chicago di Al Capone.

In questo quadro, la sinistra italiana, quella fintoprogressista, resta a difendere un ordine globale morto, come il soldato giapponese solitario a cui nessuno ha detto che la guerra è finita da un pezzo. Non capisce che il mondo è già cambiato, perché non vuole cambiare lei. Al contrario, la destra fa vela verso il nuovo ordine mondiale che non prevede l’approdo fra i più belli e bravi, ma fra i più trucidi e forti.

Scopriamo il bluff

Non esiste un piano segreto della destra. Esiste una pratica costante di occupazione del vuoto. E il vuoto lo ha prodotto la sinistra, ritirandosi dal conflitto, dalla morale, dalla materia.

L’egemonia oggi è di chi ha il coraggio di dire parole nette in un tempo di discorsi che fanno cadere ogni appendice. La destra lo fa per dominare. La sinistra non lo fa perché ha perso le parole. E allora, se qualcuno vuole davvero rovesciare questo stato di cose, dovrà prima smettere di essere rispettabile. Dovrà tornare a essere pericoloso.

Un’ ultimissima postilla: usate i libri come scudo, ma anche come spada.

🌹🏴‍☠️

Riferimenti bibliografici:

  • A. Gramsci, Quaderni del carcere
  • P. P. Pasolini, Scritti corsari; Lettere luterane
  • P. Bourdieu, La miseria del mondo
  • C. Lasch, La ribellione delle élite
  • N. Fraser, Fortune del femminismo
  • K. Polanyi, La grande trasformazione
  • H.D. Lasswell, Politics: Who Gets What, When, How

 

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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