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Bruno Vespa, l’hostess con il manganello

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C’è un momento televisivo che sintetizza meglio di mille saggi accademici il declino del dibattito pubblico italiano: il dottor Bruno Vespa che, da perfetto cerimoniere del talk show che fu democristiano, poi berlusconiano e ora meloniano, passa dall’ossequio al potere del giornalismo da lecca alla protervia del servo semper fidelis che difende il padrone di turno.

Il bersaglio, questa volta, non era uno dei soliti politici bipartsan avvezzi alla rissa mediatica – quelli che il maître del giornalismo paraculo manda in onda nell’eterna riedizione di “Tutti insieme appassionatamente – ma un membro della Sumud Flotilla [https://globalsumudflotilla.org], la realtà internazionale che cerca di rompere l’assedio a Gaza con imbarcazioni cariche di aiuti.

Il contesto era già di per sé spinoso: Israele, il macellaio Netanyahu, l’ombra nera di Trump, il terrorismo di Hamas, il genocidio dei gazawi e un’opinione pubblica viepiù divisa. Insomma, tutti gli ingredienti per un dibattito di geopolitica da manuale.

E cosa fa Vespa? Non uno straccio di analisi, non una domanda scomoda ma rispettosa. D’altro canto, con ospiti del calibro di Galeazzo Bignami, non è che il livello possa andare oltre il Bar Sport. E infatti la dinamica è la solita: trasformare l’ospite scomodo in un figurante, ridicolizzarne le posizioni, aggredirlo verbalmente senza dargli la possibilità di replica e, infine, troncare il collegamento.

Chi conosce un minimo la grammatica televisiva di Vespa, ma anche di Porro, Del Debbio, Giordano, etc. sa che la sua non è un’uscita isolata, ma un vero e proprio format del potere: la gestione del contraddittorio come arma, mai come strumento di chiarimento. L’interlocutore, specie se esterno al salotto romano, viene prima incasellato e poi bullizzato in diretta. Così, più che un talk, sembra un tribunale mediatico in cui il verdetto è già scritto.

Il risultato? Dare seguito ai piangini di #donnamadrecristiana trasformandoli in verità giornalistica. L’informazione di Vespa non prevede un confronto sul senso politico e umanitario della Flotilla, non una riflessione sulla legittimità del blocco di Gaza o sul ruolo dell’Italia nella partita in corso nel Mediterraneo. No: solo la scena rituale dell’ospite delegittimato e del conduttore che vince la rissa dal porto sicuro dello studio televisivo. Intanto la platea applaude convinta di aver ricevuto informazione, mentre quella che si somministra a Porta a Porta è l’ennesima pièce teatrale che riassume l’arroganza di chi è arrivato in cima e farebbe di tutto per restarci.

E allora ecco servito il paradosso: in un Paese in cui la politica estera è trattata come rubrica di costume, la voce fuori dal coro non viene discussa, ma neutralizzata. Non sorprende, dunque, che la Flotilla venga liquidata a colpi di sarcasmo più che di argomentazioni. Vespa, in questo, resta fedele al suo marchio.

L’effetto era chiaro: trasformare il testimone in colpevole, il narratore in disturbatore. Il tutto nel salotto col mobilio anni ’90, dove i plastici raccontano omicidi e i potenti vengono coccolati come bambini specialini in gita.

Solo che questa volta Vespa ha tirato fuori la versione “cane da guardia”: ringhiava, interrompeva, quasi sbavava per difendere la narrazione ufficiale. La cosa più surreale è che tutto ciò accadeva in diretta, davanti a milioni di spettatori. Il pubblico di Porta a Porta, abituato a vedere Vespa che fa le unghie a Meloni e i capelli a Briatore, ha assistito alla metamorfosi: da barboncino da salotto a mastino da dogana.

Morale della favola: la Flotilla non è benvenuta nel teatrino televisivo. Troppo scomoda, troppo fuori copione. In TV si può dire tutto, purché non disturbi il plastico. Altrimenti Bruno vi indica le uscite a suon di tonfate verbali.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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