Dasparne uno per educarne cento
Se c’è una cosa su cui il governo Meloni non ha mai avuto dubbi, è la sicurezza. Non quella sul lavoro, si capisce: quella può attendere. Ogni due giorni un morto, ogni giorno tre feriti gravi, ma vuoi mettere il pericolo di chi bivacca per strada o fa l’elemosina?
Ecco allora il nuovo DDL Sicurezza, che come da tradizione ha più a che fare con la propaganda che con il diritto. Più che un disegno di legge, un disegno da campagna elettorale permanente. Il copione è il solito: emergenza percepita, soluzione repressiva, applausi in piazza.
Nel mirino, come sempre, ci sono i soliti noti: immigrati, disgraziati vari e attivisti. Il testo si presenta come un arsenale normativo degno di un paese assediato. Peccato che l’assedio sia più che altro alla democrazia.
Il più grande e pericoloso attacco alla libertà di protesta nella storia repubblicana
C’è qualcosa di profondamente ideologico — e poco giuridico — nel Decreto Sicurezza. Una legge omnibus che, come da tradizione di questo governo di nostalgici, improvvisati e arraffoni, mescola norme penali, amministrative, urbanistiche, e persino educative, con un unico denominatore comune: l’ossessione securitaria.
Il testo è lungo, confuso, e come sempre scritto in una neolingua che chiama “sicurezza” ciò che è solo controllo sociale selettivo.
Scorriamolo punto per punto per come l’abbiamo letto e capito.
1. DASPO urbano allargato: dalla curva sud al marciapiede
L’articolo 2 estende il DASPO urbano non solo ai soggetti “pericolosi per la sicurezza pubblica” — già categoria giuridicamente vaga — ma anche a chiunque “tenga comportamenti che ledano il decoro dei luoghi”. Tradotto: chi dorme in strada, mendica o semplicemente dà fastidio alla vista.
Non serve più una condanna, né un reato: basta l’impressione. E il tutto senza passare da un giudice. È diritto amministrativo con effetti penali, che piace tanto a Piantedosi perché consente di punire senza processare. Una forma di sanzione preventiva che sospende il principio di legalità e l’articolo 13 della Costituzione sulla libertà personale.
2. Occupazioni abusive: carcere e ruspe
Con l’articolo 5 si inaspriscono le pene per l’occupazione abusiva di immobili, prevedendo fino a 4 anni di reclusione (prima era fino a 2) e l’esecuzione immediata dello sgombero anche in presenza di minori o disabili.
Siamo al capolavoro di ipocrisia: lo Stato che non garantisce il diritto alla casa — sancito dalla Costituzione e dai Trattati internazionali — criminalizza chi cerca un tetto. E se a occupare è una madre con bambini, pazienza: prima la legalità, poi l’umanità.
Il giudice può anche essere bypassato: basterà un’ordinanza prefettizia per l’intervento coattivo. Insomma, un processo civile trasformato in blitz penale che, però, continuerà a non valere per la storica occupazione abusiva della sede romana di CasaPound.
3. Imbrattamenti “eversivi” e carcere per l’arte moderna
Ciliegina repressiva all’articolo 7: chi imbratta un edificio pubblico (leggi: una sede istituzionale, una statua, o anche solo un muro storico), rischia fino a sei anni di carcere. Il reato diventa aggravato, persino ostativo in certe condizioni, accostando i writer ai mafiosi.
Lo scopo è chiaro: colpire i movimenti ambientalisti, accusati di “eco-vandalismo”. Come se una passata di vernice lavabile fosse paragonabile all’abusivismo edilizio che deturpa coste e montagne da decenni. Quello però non disturba, perché paga le campagne elettorali.
4. Divieto di manifestazioni “improvvise”
Altro punto critico: viene introdotto un divieto generalizzato di manifestazioni non preavvisate, anche se pacifiche.
Formalmente, si tratta solo di una modifica all’art. 18 del T.U.L.P.S. (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza), ma nella sostanza è un bavaglio preventivo. L’obbligo di preavviso viene usato come pretesto per interventi immediati delle forze dell’ordine, anche contro raduni spontanei di studenti o cittadini.
L’articolo 17 della Costituzione, quello sulla libertà di riunione, può attendere: l’ordine prima di tutto.
5. Educazione civica con pistola
Ultima trovata: nelle scuole si promuove l’educazione al rispetto dell’autorità e l’introduzione, udite udite, di percorsi “educativi” tenuti da forze dell’ordine nelle scuole superiori.
Ora, che la scuola debba educare al rispetto delle regole è ovvio. Ma il fatto che a farlo debbano essere carabinieri e poliziotti — con tanto di slide sui “pericoli del dissenso” — suona più da modello Orbán che da repubblica parlamentare.
Una democrazia non educa i cittadini al silenzio, ma alla critica. Qui invece si semina obbedienza, non consapevolezza.
6. L’ombra dei servizi segreti
L’articolo 31 del decreto è forse quello che interessa maggiormente un governo ossessionato dalla sicurezza: la sua.
Meloni, il Girasagre & co. hanno ritenuto che, per infiltrare e poi smantellare un’associazione terroristica, non sia sufficiente la semplice partecipazione, ma possa essere determinante anche assumere un ruolo di organizzazione o direzione all’interno del gruppo. Inoltre, la scriminante relativa alla detenzione di materiale con finalità di terrorismo e alla fabbricazione o detenzione di esplosivi potrebbe servire a monitorare meglio il flusso di informazioni su questi temi. In questo quadro di “enormi poteri cosmici” è fatto obbligo per università e enti di ricerca pubblici di collaborare, inclusa la comunicazione di informazioni private. Non sia mai che dove i QI sono mediamente più alti del becerume che applaudirà questo decreto qualcuno si metta di traverso!
Certo, qualche spiraglio c’è: si parla di più risorse per la polizia locale, di maggiore coordinamento tra prefetture. Ma sono i soliti zuccherini da sciogliere nell’amaro calice. La verità è che la “sicurezza” in salsa meloniana è un concetto selettivo: serve a garantire l’ordine dei forti sui deboli, non dei giusti sui criminali.
Nel frattempo, nei tribunali mancano magistrati, le carceri esplodono, i reati economici restano impuniti e il vero terrorismo — quello fiscale, edilizio, ambientale — prospera. Ma vuoi mettere la soddisfazione di aver tolto il giaciglio a un senzatetto in centro?
Chi dissente è un nemico dell’ordine. Chi protesta è un sabotatore. Chi dubita, un radical chic. E chi scrive è un rosicone. Bene. Allora, da rosicone patentato, concludo così: chiamatelo “DDL Sicurezza”, ma è il solito decreto insicurezza. Per la democrazia.
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