Questa cosa che bisogna boicottare il referendum per abolire il Jobs Act, perché è promosso dal pd che ha fatto il Jobs Act, è un po’ come la storiella di quel marito che si taglia l’uccello per fare un dispetto alla moglie.
Se fossimo in tempi di elezioni politiche e dal pd mi venissero a dire: “Votami perché vogliamo abolire il Jobs Act”, col cazzo che me la berrei! In questo caso però si tratta di abolirlo noi, non di delegarne l’abolizione a chi l’ha promosso.
Finché la politica è “quest’acqua qua” (cit. Pier Luigi Bersani, un king del riposizionamento paraculo), vale a dire una conta interna al partito unico della finanza e degli affari, il pd non è né meglio né peggio di altra roba liberale. Ma è meglio, almeno nei preliminari, del becerume fascio e ignoranterrimo costituito da parenti e amici di Queen Underdog. Perché se è chiaro anche ai ciechi che la destra non ha uno straccio di classe dirigente, ma solo dei ronzini promossi per l’occasione, è altrettanto vero che il pd di Schlein è attuppato di dirigenti con le scuole giuste, ma che perlopiù sono presi a far fallire qualsiasi tentativo della segretaria di riportare il partito sui binari del sociale.
Bene. Allora facciamo finta che un’incredibile congiunzione astrale faccia sì che il referendum passi e che il pd capitalizzi al massimo il risultato tornando al governo. Cosa accadrebbe, rebus sic stantibus? Semplice, che il pd se ne fotterebbe del voto popolare. Proprio come è capitato per il referendum sull’acqua pubblica.
Il problema è che siamo in un cul de sac popolato di têtes de cul. L’8 e il 9 giugno andate a votare, cazzo!
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