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DDL Sicurezza: quando lo Stato ha paura del dissenso

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Si scrive “sicurezza” e si legge “repressione”

Il “DDL Sicurezza” non prova neanche a nascondere la volontà politica di trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico. È un’idea pericolosa e, purtroppo, ricorrente nella storia italiana. L’ultima proposta del governo va esattamente in questa direzione: più poteri alle forze dell’ordine, pene più dure per chi manifesta e repressione al posto del confronto.

Ma davvero stiamo parlando di sicurezza? O dell’ennesimo tentativo di mettere a tacere chi alza la voce?

Lotta al dissenso: il vero obiettivo

Non giriamoci troppo attorno: le nuove norme colpiscono in primo luogo chi protesta. Occupazioni scolastiche, cortei, manifestazioni spontanee: tutto diventa potenzialmente passibile di sanzioni pesanti. Si criminalizzano gli studenti, i lavoratori, gli attivisti, chiunque rivendichi spazi e diritti. Invece di ascoltare il disagio, lo si silenzia.

Dietro l’apparente neutralità giuridica si cela una scelta politica precisa: lo Stato si blinda, chiude al dialogo e alza i manganelli.

La sicurezza non può essere una clava

Chi pensa che ordine significhi solo repressione dimentica che la vera sicurezza è quella sociale: diritto alla casa, accesso all’istruzione, alla sanità pubblica e ad un lavoro dignitoso. Nessun decreto potrà mai costruire una società più sicura se non parte da questi pilastri. Al contrario, soffocare la protesta produce frustrazione, tensione e rabbia. È una spirale che si osserva nei governi che, per incapacità manifesta, superficialità del loro elettorato, dna autoritario o tutte e tre le skill, scelgono di imporre anziché concertare.

Un disegno autoritario, non tecnico

Non siamo davanti a una riforma tecnica o a un adeguamento normativo. Questo DDL è una dichiarazione ideologica, un messaggio chiaro a chi ogni giorno si organizza dal basso: “state zitti, o ve la faremo pagare”. È una deriva pericolosa che non si può ignorare. Anche perché, storicamente, ogni volta che i governi hanno stretto le maglie del controllo, lo hanno fatto prima contro i più esposti e poi contro tutti.

Le critiche mosse dalla comunità giuridica al Decreto evidenziano la preoccupazione diffusa per una deriva autoritaria che rischia di compromettere i principi fondamentali dello Stato di diritto. L’uso improprio della decretazione d’urgenza e l’introduzione di misure repressive nei confronti del dissenso rappresentano un pericoloso precedente che potrebbe minare ulteriormente le già fragili basi della democrazia secondo Meloni.

Fascistissimi ieri, “sicuri” oggi

Che nostalgia, eh! Non c’è più il fascismo di una volta, ma per fortuna ogni tanto qualcuno prova a riesumarlo in versione “restaurata”, tipo pellicola d’epoca con qualche filtro moderno.

Nel 1925-26, Benito Mussolini varò le cosiddette Leggi Fascistissime, una serie di norme che azzerarono la democrazia parlamentare: scioglimento dei partiti, censura alla stampa, istituzione del Tribunale Speciale, poteri straordinari alla polizia e confino per gli oppositori. Il film di allora era “Via col ventennio”.

Beccatevi il plagio!

Nel 2025, a cent’anni esatti, la sceneggiatura si ripropone. Solo che non si può chiamare tutto “fascistissimo”, sennò Meloni si offende, perché lei non è mica post fascista, ma solo post post post moderna. Infatti oggi non ti manda al confino a Lipari, ma ti rifila minimo 300 euro di multa per un sit-in non autorizzato. Il senso, seppur rivisto in chiave neo liberale (punire un portafoglio per educarne cento), resta lo stesso: silenziare, dissuadere, spaventare.

Il parallelismo storico è palese: ieri il problema erano gli oppositori al regime, oggi sono i poveri, i migranti, gli studenti, i sindacalisti e chiunque disturbi il manovratore. Sempre una minoranza da colpire, criminalizzare e isolare, per fare bella figura con l’opinione pubblica che applaude quando la polizia “fa pulizia”.

Mussolini ebbe almeno il coraggio di chiamarle per nome. Oggi si fa tutto con il sorriso, tra un selfie e un comizio. Fascismo soft, ma non troppo.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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