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San Firmino

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Bon. E anche il Melonellum ce lo siamo sucato. Ormai questo governo potrebbe farci passare un Frecciarossa tra le chiappe senza che noi si faccia un plissé. Altroché moschee e islamizzazione, qua è fascistizzazione!

La peggior legge elettorale di sempre, con contenuti autoritari che avrebbero fatto impallidire Giacomo Acerbo, con le finte preferenze e uno spaventoso premio di maggioranza, sarà quella con cui si andrà a votare nel 2027.

E Mattarella ha firmato.

A quanto riferiscono le cronache, prima di mettere l’inchiostro il Colle si è fatto togliere dai piedi tre sassolini nella scarpa: la soglia per agguantare il premio, ritoccata fino al 42%; la postilla che il nome del candidato premier stampato sulla scheda non scalfisce le prerogative del Presidente nella scelta dell’incaricato; e il computo, nel calcolo del premio, dei voti finiti a liste che il 3% non lo vedranno nemmeno col binocolo. Sistemati questi, via libera al resto. Ma una legge ripulita dai vizi più smaccati non diventa per ciò stesso una legge sana, e la firma del Quirinale non vale come bollino di conformità: in materia di costituzionalità l’ultima parola spetta alla Consulta e a nessun altro.

Quanto ai ricorsi, se ne riparlerà presto, e senza perdere tempo, perché la legislatura è agli sgoccioli e a maggio o giugno si potrebbe già votare.

Allora perché Mattarella ha firmato?

Qui bisogna distinguere quello che sappiamo veramente, e che perlopiù ricaviamo da giornali di parte o dalla TV di pennivendoli come Vespa, Porro e Del Debbio, dalle ipotesi.

Mattarella ha spiegato pubblicamente il criterio con cui esercita il suo mandato: non può rifiutare una legge soltanto perché la considera sbagliata o inopportuna. Il rinvio è giustificato quando ravvisa ragioni costituzionali sufficientemente serie, mentre non può sostituirsi alla Corte costituzionale. La promulgazione, quindi, non certifica che il Melonellum sia costituzionalmente inattaccabile. Significa che Mattarella ha scelto di non utilizzare il potere di rinvio previsto dall’articolo 74.

Noi che cerchiamo di stare al passo delle vicende della cricca autoreferenziale che li unisce tutti – dal Quirinale e, passando per Gioggia e i Fardelli, fino ad arrivare alle litigiose figurine del Campo Largo – non conosciamo, sulla base delle informazioni pubbliche disponibili, tutte le valutazioni interne che hanno portato Mattarella a questa decisione. Attribuirgli un’intenzione precisa sarebbe speculativo.

In concreto, Mattarella aveva a disposizione una strada costituzionale precisa: rinviare la legge alle Camere accompagnando il rinvio con un messaggio motivato che spiegasse i dubbi sulla sua compatibilità con la Costituzione. Non avrebbe potuto cancellare il Melonellum con un tratto di penna, né sostituirsi al Parlamento. Ma avrebbe potuto costringere la maggioranza a tornare pubblicamente sul testo, discutere le obiezioni e assumersi la responsabilità di approvarlo nuovamente oppure modificarlo. È esattamente ciò che consente l’articolo 74 della Costituzione. La differenza tra questa possibilità e un veto definitivo è fondamentale: se le Camere avessero approvato nuovamente la legge, Mattarella avrebbe dovuto promulgarla.

In altre parole, Mattarella non aveva il potere di sostituire la propria volontà a quella del Parlamento. Aveva però un potere di richiamo e di riesame, e ha scelto di non esercitarlo. È su questa scelta concreta, non sull’idea di un Presidente che avrebbe dovuto fare da opposizione al governo, che si può discutere seriamente del suo ruolo.

Allora il punto è più profondo della firma sul Melonellum. Stiamo discutendo della concezione della Presidenza della Repubblica: il garante della Costituzione deve limitarsi a impedire le violazioni manifeste oppure deve anche intervenire quando le istituzioni funzionano formalmente, ma il rapporto tra cittadini e potere si impoverisce?

È soprattutto sulla seconda possibilità che si concentra la mia critica. E mi pare che possa avere una sua consistenza, purché si distingua la difesa della Costituzione dalla pretesa che il Quirinale corregga ogni scelta politica discutibile.

Il rischio di una funzione presidenziale interpretata in modo troppo notarile è che la legalità diventi l’unico orizzonte della garanzia: se il Parlamento ha votato secondo le procedure e non emerge una violazione costituzionale sufficientemente evidente, il Presidente firma e la questione viene considerata chiusa.

Ma una democrazia non vive soltanto di procedure. Vive anche della qualità della rappresentanza, della possibilità di controllare chi governa e della tutela di chi perde le elezioni.

D’altra parte, se il Presidente rinviasse ogni legge controversa sulla base di una propria idea della democrazia, diventerebbe un attore politico che condiziona l’indirizzo della maggioranza. La garanzia costituzionale deve evitare entrambi gli estremi.

La questione, quindi, non è chiedere a Mattarella di essere più coraggioso in astratto. È chiedersi quale soglia di rischio istituzionale debba indurlo a usare i poteri che la Costituzione gli assegna.

E qua rilancio su un punto ancora più concreto: quando una maggioranza cambia le regole elettorali senza un consenso ampio, dovrebbe bastare il rispetto formale della procedura parlamentare oppure, proprio perché quelle regole riguardano tutti, dovrebbe esserci una particolare responsabilità di garanzia da parte del Quirinale?

Per me è questo il nodo teorico della critica: non attribuire a Mattarella un potere che non possiede, ma discutere se interpreti in modo troppo restrittivo quello che possiede.

Poi, oh, di diritto costituzionale ho preso un risicatissimo 21 quasi quarant’anni fa. Non pretendete troppo da me, se non la mia ostinazione ad andare sempre in direzione ostinata e contraria.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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