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“Professore non le dico…”

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Le baruffe televisive di É sempre Cartabianca tra i Fonzie di regime che non riescono proprio a pronunciare la parola genocidio e gli altri, quelli più simpatici ma comunque organici al sistema, non fanno altro che fomentare l’odio tra povery.

Il giustiziere Enzino “Bronson” Iacchetti che minaccia di menare l’ennesimo provocatore sionista e la vip pasionaria Luisella Costamagna che ricorda a quel badola patentato di Nosferatu Sallusti di possedere la coerenza di una mutanda in un film porno avranno pure il loro perché, ma a me fanno cambiare canale.

E allora, per tirarmi su il morale in attesa del ritorno ad un’informazione appena decente, sono andato a recuperare dalla cineteca il dvd del primo “Amici Miei”, quello con il soggetto migliore, e mi sono gustato una per una le supercazzole prematurate del Mascetti, le zingarate e le burle goliardiche di cinque adulti mai cresciuti veramente.

Come spiega Gian Piero Brunetta nel libro “Il cinema italiano contemporaneo, (Ed. Laterza, 2007)”, Amici Miei va alla ricerca «di momenti di aggregazione collettiva per superare il senso di solitudine che circonda l’individuo contemporaneo». Questo aspetto è ben visibile nei personaggi che vengono raffigurati sullo schermo: amici da una vita, ma senza un domani di riferimento, cercano un diversivo, una distrazione, nel  tentativo di dissimulare l’inerzia della propria esistenza. Per questo motivo ogni occasione è buona per inventarsi qualcosa di insensato, immaturo e assurdamente divertente da fare insieme.

Il vero cuore di Amici Miei è però il concetto di sospensione del tempo. Le zingarate non sono altro che piccoli riti iniziatici, microviaggi verso l’unica libertà concessa all’uomo adulto: quella di non prendersi troppo sul serio. Tutto il resto – lavoro, famiglia, la vecchiaia che incombe – funzionano come un grande apparato repressivo che muove l’individuo docile lungo un binario. I cinque amici si ribellano, ma non con le armi o con la politica. Lo fanno con la risata, che diventa un sabotaggio costante a danno della struttura della vita borghese.

Amici Miei è anche un film sull’ineluttabilità della morte dissimulata dalla maschera della commedia per dire l’unica verità sostenibile: l’uomo è un animale ridicolo e il solo modo per affrontare il destino è quello di ridergli in faccia. Ma non è allegria fine a sé stessa e neppure, per quanto mi riguarda, l’odiatissima resilienza: è una forma un po’ naif di resistenza, una filosofia da Bar Necchi, certo, ma più autentica di molte prediche ufficiali.

Purtroppo è vero che ultimamente percepisco in maniera particolarmente pesante il senso di disfatta esistenziale della mia generazione, ma per lenire almeno un poco il disagio che provo verso questo presente che non impara dal passato e che non ha un futuro, non ho altri strumenti che non siano quelli di balzare la Festa dell’Unità, dare un buffetto sotto forma di ironia al piciu liberalotto di turno o riservare una stilettata sarcastica  ai Fozza Gioggia, tra tutti sicuramente i più meritevoli di essere attenzionati.

Intanto ora devo proprio andare, ché sul binario tre parte il locale per Empoli. Cippa lippa.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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