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La tara

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Cernobbio. La scena si ripete con un secolo di ritardo e nessuno sembra riconoscerla.

1922: la classe liberale italiana, con Giolitti in testa e l’industria del Nord a ruota, guarda al fascismo nascente come a uno strumento. Tutta quella rispettabile umanità che amava chiamarsi classe dirigente vedeva nelle camicie nere un arnese rozzo ma funzionale. Serviva contro i socialisti, lo si vide benissimo nel Biennio Rosso. Si pensava di tollerare lo squadrismo finché fosse servito e poi via in discarica, dopo aver fatto il lavoro sporco per conto dei padroni.

2026: tocca a Mario Monti, l’uomo che incarna più di chiunque altro la tecnocrazia liberale come forma di governo, fare da certificatore di rispettabilità contro VannaXi. Il professore non condanna il generale per quello che dice, ma per come lo dice: senza le forme, senza la mediazione, senza il linguaggio che il potere borghese ha sempre preteso da chi vuole essere tollerato. VannaXi non disturba perché è un reazionario. Disturba perché non conosce il galateo. È troppo rozzo. Troppo esplicito. Troppo poco addomesticato. Gli manca quella patina di civiltà che permette alle peggiori idee di entrare in salotto senza togliersi il cappotto.

È qui che entra in scena la tara.

La tara, in senso letterale, è quello che devi sottrarre al peso lordo per sapere quanto pesa davvero la merce. La merce, in questo caso, è la destra italiana. Il peso lordo comprende il fascismo da operetta, il sovranismo da caserma, l’autarchica e il patriottismo becero. Ma dentro ci trovi anche parecchio liberalismo ben pettinato, quello che certe cose le pensa senza dirle, le pratica senza proclamarle e, soprattutto, senza mai rinunciare alla cravatta.

La tara che Monti applica non è distanza ideologica: è distanza di classe, di stile, di educazione ricevuta. È il modo in cui il salotto buono dice “non sei dei nostri” senza dover dire “non siamo d’accordo con quello che pensi”.

Il risultato è una cosa molto elegante: la destra presentabile. È il vecchio trucco dell’aristocrazia morale. E funziona benissimo. Perché così nessuno è costretto a ricordare chi, nel 1922, considerava Mussolini un argine provvisorio alla sovversione. Nessuno deve spiegare chi nel 1924 sperava ancora che il problema si potesse normalizzare. Nessuno deve rispondere del 1925, quando il problema era ormai diventato regime.

La memoria italiana ha questa straordinaria proprietà: assolve preventivamente chi ha avuto il privilegio di sbagliare con eleganza. Il fascismo rozzo viene ricordato. Il liberalismo che lo considerò utilizzabile molto meno.

Non c’è una morale in tutto questo, solo una geometria che si ripete. Chi oggi si indigna per VannaXi usa lo stesso vocabolario di chi, cent’anni fa, si indignava per gli squadristi in quanto cafoni prima che vili assassini.

La forma è sempre stata il vero peccato originale dei liberali, mai il contenuto.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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