Io un po’ Gioggia la capisco. Deve essere terribilmente frustrante appartenere a un’area dove si è rappresentati da Pippo Franco, Massimo Boldi e Pucci. E deve esserlo ancora di più quando si ha bisogno di citare Guccini per mettere un briciolo di poesia nella propria vita.
E allora cosa fai, se sei un’identitaria orfana di riferimenti alti? Citi cose accazzodicane. È il tipico colonialismo culturale del disperato: prendo il tuo autore impegnato, lo scollego da tutto quello che ha scritto, pensato e lo uso come tappezzeria per il mio comizio sulla sostituzione etnica.
Il problema non è neppure il gusto personale. Uno può ascoltare quello che cazzo gli pare, guardarsi dodici cinepanettoni consecutivi e dormire serenamente. Il problema nasce quando pretende di trasformare quella roba in una tradizione culturale e poi si accorge che, per trovare qualcosa che assomigli alla poesia, deve andare a pescare proprio nella produzione di quelli che considera culturalmente ostili.
A piegare la realtà per raccontarla al loro gregge saranno pure dei fenomeni, ma non sanno leggere e, soprattutto, non sanno leggersi. Non si accorgono che ogni volta che scomodano un poeta che abita al di là della barricata stanno certificando, nero su bianco, la propria sconfitta culturale. Stanno ammettendo, senza manco rendersene conto, che la loro tradizione ha prodotto solo intrattenimento da avanspettacolo e ideologia da bar sport, mentre l’altra parte, con tutti i suoi difetti, ha prodotto opere che sopravviveranno al tempo che le ha generate.
Certo, potrebbero provare a costruirsi un canone tutto loro. Ma il guaio è che ogni tentativo suona come quello di una tribute band che non infila un accordo senza stonare. E allora meglio rubare, tanto la povertà culturale, come quella vera, la si nasconde meglio indossando gli abiti di qualcun altro. E, se non prendi una nota, va bene uguale.
D’altronde non si chiamano analfasci a caso.
🌹🏴☠️🎶

