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La Hallucination Economy: come il capitalismo occidentale ha smesso di produrre futuro e ha iniziato ad allucinarlo*

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C’è una cosa che il capitalismo ha sempre fatto bene: raccontare storie. Non importa quanto il pavimento scricchiolasse sotto, perché c’era sempre una narrativa pronta, lucida, credibile. Il progresso. La crescita. La tecnologia che risolve. Il mercato che corregge. Il futuro che arriva puntuale come un treno svizzero.

Adesso il treno è fermo. Ma il tabellone delle partenze continua a girare. Noi che aspettiamo stanchi alla fermata di periferia possiamo fare una cosa sola, vale a dire chiamare questo mischione con il suo nome: Hallucination Economy. E no, non è manco per il cazzo un’iperbole. È una descrizione tecnica. Il sistema ha smesso di produrre valore reale in quantità sufficiente a reggere i propri debiti e ha deciso consapevolmente di curare l’overdose di finanziarizzazione con altra finanziarizzazione. La cura al debito è più debito. La risposta alla bolla è una bolla più grande. Il rimedio all’eccesso di astrazione è più astrazione.

L’Occidente non produce abbastanza acciaio, energia, salari, case, figli, futuro, ma produce una quantità virtualmente infinita di valutazioni finanziarie. La crescita reale arranca. Quella speculativa prolifera come la muffa nera sui muri del casinò globale.

Il risultato è quello di un ottotipo del capitale che un anarco optometrista in fissa con la sua professione sottopone ai suoi pazienti-lettori per fare vedere come tutto sembri simultaneamente futuristico, isterico, artificiale e fragile. Come un set cinematografico costruito sull’orlo di un burrone.

Prendiamo i numeri, perché i numeri non mentono anche quando chi li pronuncia mente.

OpenAI vale 852 miliardi. Anthropic, che ha cominciato con i dubbi amletici di Amodei come dissidenza etica da OpenAI nel 2021, viene valutata sul mercato secondario intorno al trilione di sbembli. Nvidia capitalizza 5 trilioni. I data center che devono ospitare questa roba vengono costruiti come se il PIL globale dovesse raddoppiare nell’arco dell’elezione di un altro babbione colore aragosta. Gli interessi sul debito federale americano si avvicinano al trilione l’anno — stesso ordine di grandezza delle spese militari, stesso sistema che ha garantito al dollaro il suo privilegio esorbitante per ottant’anni e più.

Tutto questo galleggia letteralmente sulla disponibilità di qualcuno a comprare ancora Treasury americani.

Il Giappone, il maggiore creditore straniero degli Stati Uniti, ha un trilione e duecento miliardi di dollari in bond americani e tre buone ragioni strutturali per vendere: i suoi tassi interni salgono, il debito domestico supera il 200% del PIL e il rendimento dei JGB a dieci anni ha appena toccato i livelli del 1996. Quando il creditore più fedele della storia inizia a fare i conti, il debitore dovrebbe smettere di spendere. Invece organizza un viaggio.

Il viaggio. Bisogna parlare del viaggio.

Forrest Trump vola a Pechino con Musk, Huang di Nvidia, Fink di BlackRock, Cook di Apple, Solomon di Goldman, Fraser di Citigroup, Schwarzman di Blackstone. I CEO americani con il patrimonio combinato di quasi un trilione di dollari si presentano come vassalli al seguito del sovrano diretti dal Gran Khan a negoziare la propria sopravvivenza. In effetti non accompagnano il presidente. Sono il vero contenuto della visita.

L’Air Force One trasformato in navetta oligarchica.

Non è diplomazia. Non è geopolitica. È un incontro di mutua sopravvivenza tra sistemi che si detestano ma non possono ancora permettersi di divorziare. Huang chiede di poter vendere i chip alla Cina, perché il mercato cinese valeva il 17% dei ricavi di Nvidia e senza di esso la valutazione stradopata non regge. Fink vuole sbocchi per i capitali di BlackRock. Musk vuole i permessi per il Full Self-Driving Tesla a Shanghai. E Washington, sottotraccia, spera che Pechino non scarichi i suoi Treasury. Xi riceve, sorride, dichiara che la Cina “aprirà ancora di più”. Tutti applaudono. Il mercato sale.

È la scena più onesta che il capitalismo contemporaneo abbia mai prodotto: l’oligarchia finanziaria americana che va a chiedere udienza alla nomenklatura cinese per rimandare di qualche trimestre la propria crisi di liquidità. Versione 2026 della Via della Seta, direzione invertita, potere reale esattamente dove sta da trent’anni: non a Washington, non a Bruxelles (ammesso che l’Europa esista ancora), ma a Pechino e nei server farm del Nevada.

La struttura del loop è circolare in modo quasi elegante, se non fosse che ci vive dentro gente vera. Nvidia investe in OpenAI. Nvidia investe in Anthropic. Lo fa deliberatamente e nelle due aziende che si fanno concorrenza sul mercato dei modelli frontier. OpenAI usa quei capitali per comprare GPU da Nvidia. Anthropic idem. Le valutazioni salgono su tutti e tre i lati del triangolo simultaneamente. E il fatto che i tuoi due maggiori clienti si facciano la guerra non è un problema, è una garanzia. Chiunque vinca, le GPU le compra da te. Non è un duopolio. È una feudalità verticale con Nvidia in cima e due vassalli in competizione nel piano di sotto. O almeno così l’ho capita io. È competizione che produce, come effetto collaterale, ulteriore domanda. Tutto torna.

Anthropic si è presentata come la versione etica, responsabile, “safety-first”. Amodei invita addirittura i preti per discutere di moralità della sua creatura e per diffondere la narrazione in cui loro sono i buoni, quelli con gli scrupoli. Poi però ha replicato esattamente lo stesso modello: stessa dipendenza dall’infrastruttura Nvidia, stessi multipli allucinatori, stessa corsa ai capitali. La differenza ideologica dichiarata si è sedimentata nel tempo in qualcosa di indistinguibile dal marketing premium. Siamo i buoni. I chip li compriamo anche noi, ma con più scrupoli.

Il loop è doppio, simmetrico, e due volte più circolare di quanto sembrasse. C’è una domanda che nessuna analisi finanziaria riesce a decifrare fino in fondo. O almeno non quando scoppia. Non quanto dura. La domanda, se ce n’è una, è: per chi.

Questi Homelander dell’accumulo infinito si conoscono da decenni. Si coprono le spalle. Si passano capitali e favori. Frequentano le stesse isole. E su almeno una di quelle  sappiamo cosa succedeva, anche se preferiamo non nominarla troppo spesso perché fa un effetto scomodo, come quando in un film horror il mostro appare in piena luce e risulta meno inquietante dell’ombra.

Epstein, eccallà, non era un’anomalia. Era un nodo. Forse il più esplicito, quello che alla fine non si poteva più ignorare. La rete esisteva prima di lui e esiste dopo.

La domanda vera, quella che il comunicato stampa da Air Force One non farà mai, è più semplice e più inquietante: cosa succede a una società quando la maggioranza degli esseri umani smette di essere economicamente necessaria? Per queste infrastrutture il problema dell’umanità è che consuma reddito, energia, welfare, stabilità, ma genera margini decrescenti.
Nessuno si è seduto a un tavolo scrivendo “piano per rendere superflua l’umanità”. Ma la traiettoria converge lì con la calma impersonale dei sistemi automatici. I data center nel deserto, l’AI che sostituisce il lavoro cognitivo, i bond che nessuno compra più: convergono tutti verso lo stesso punto di fuga.

La cosa più ironica, e il nichilismo almeno ha il pregio di godere dell’ironia, è che questa gigantesca macchina allucinatoria ha preso il nome di Intelligenza Artificiale. Un sistema che allucina risposte plausibili in assenza di comprensione reale. Che produce output convincenti su fondamenta che non reggono un esame rigoroso. “Ah, il fact checking!” direbbe il Guastardo di Fabio De Luigi. Che funziona magnificamente finché nessuno chiede di dimostrare il ragionamento sottostante.
Specchio perfetto dell’economia che lo ha generato.

Questo pezzo, per esempio, è stato scritto in collaborazione con uno di quegli strumenti. Un LLM prodotto da Anthropic — la stessa Anthropic valutata un trilione di dollari, finanziata da Amazon e Nvidia, parte esatta del loop circolare descritto sopra. Il becchino che redige l’epitaffio. C’è della perversione nichilista in questo e sarebbe disonesto non nominarla: lo strumento del padrone usato per scrivere l’atto di accusa al padrone. Roba che sa di Lasswell, di marxismo rivisitato dalla paura di un sessantenne, ma anche dalla voglia di capire – e fare capire – come si possa invertire il senso di inutilità di 8 miliardi di persone versus quattro ricchi del cazzo.

I data center grandi come città alimentati da debito che compra algoritmi destinati a convincere il mercato che il futuro esiste ancora. Non sarà un crollo cinematografico. Non ci sarà un giorno X, un Lehman dell’AI, un colpevole indicato in diretta mondiale. Sarà più lento, più opaco, più noioso. Sarà la scoperta progressiva che i ricavi non crescono come i multipli, che i chip venduti alla Cina finanziano i competitor di chi li ha venduti, che il debito sovrano americano non è più l’asset privo di rischio su cui è stato costruito ogni modello finanziario degli ultimi ottant’anni.

L’economia occidentale non è più industriale. Non è nemmeno post-industriale. È diventata generativa.
Produce narrazioni plausibili in assenza di fondamenta sufficienti. Valutazioni senza profitti. Crescita senza produttività. Debito senza limite. Intelligenza senza comprensione. Finché qualcuno proverà davvero a riscattare il credito scoprendo le carte truccate del banco.

Nel frattempo la gente paga l’affitto. O non lo paga. Questa è la notizia che non entra nei comunicati da Air Force One o nei modelli linguistici imitativi.

E sarà nammerda.
🌹🏴‍☠️🤖

*Fonti utilizzate per questo articolo:

– Anthropic e Chat GPT per i dati relativi alle aziende che sono citate

– CNBC, Tech Funding News, World Affairs in Context, Fortune, IlSole24Ore, Il Manifesto, Repubblica per la verifica delle informazioni fornite dall’AI.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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