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La bugia ha sempre una data di scadenza che la fa scoprire.

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Nel teatrino della politica italiana ogni attore ha il suo copione. Ma c’è chi, come Giorgia Meloni, ama improvvisare. Peccato che, come tutte le improvvisazioni mal riuscite, finisca col dimenticare le battute, o meglio, le promesse.

Ricordate la Giorgia barricadera, quella che urlava contro “l’establishment” con il piglio della pasionaria dei poveri? Bene: oggi non solo è la prima donna a Palazzo Chigi, ma è la prima donna onnipotente, onnisciente e infallibile. Un mix tra Giovanna d’Arco, Margaret Thatcher e la casalinga che ti spiega come fare lo spezzatino mentre governa l’Italia.

Ogni sua frase è vangelo. Ogni sua conferenza stampa, un evento mistico. Quando inciampa, è colpa della sinistra. Quando sbaglia, è colpa della stampa. Quando mente, è colpa della matematica.

Economia sovrana o propaganda padana?

Quando si tratta di economia, Giorgia riesce a passare da Keynes a Paperon de’ Paperoni con un’agilità degna di un triplo salto carpiato. Prima “contro l’austerità”, poi “per il rigore”. Prima “mai con l’Europa delle banche”, poi “massima fiducia nei mercati”. Risultato? Una politica economica impacchettata per continuare nel solco draghiano, ma con l’aggiunta del fiocco tricolore della propaganda.

“Mai metterò le mani nelle tasche degli italiani!”

Ecco la bugia numero uno. Appena insediata, Meloni ha promesso che avrebbe lasciato “più soldi nelle buste paga”. In pratica: un taglio del cuneo fiscale sbandierato come rivoluzionario. Peccato che sia stato un pannicello caldo, temporaneo, coperto a debito e soprattutto mangiato dall’inflazione. Nel frattempo, accise mai eliminate, bollette calmierate solo a parole e tagli al welfare travestiti da “razionalizzazioni”. Le tasche, a fine mese, sono sempre più vuote.

“Mai più bonus a pioggia!”

La stessa che accusava Conte di regalare soldi con i bonus, ha continuato a elargirli come caramelle. Bonus psicologo, bonus occhiali, bonus trasporti, bonus cultura dimezzato ma usato comunque come spot. Il tutto senza una strategia di riforma fiscale vera, rimandata come i compiti delle vacanze. Un governo che doveva cambiare tutto ha mantenuto tutto, compresi i favoritismi.

“Difendiamo il potere d’acquisto degli italiani”

Altra bugia. L’inflazione, galoppante sotto il suo governo, ha eroso salari e pensioni. E la risposta? Nessuna indicizzazione vera, nessun salario minimo (definito “ideologico”), nessuna legge seria contro la precarietà. Anzi, il ritorno dei voucher, proprio quelli che erano stati aboliti per evitare il lavoro nero legalizzato. Il tutto mentre si ostenta un PIL in crescita, drogato dall’inflazione stessa.

“Niente più regali alle banche! “

Nel 2023 Meloni promette: “faremo pagare le banche”. Dopo gli extraprofitti scandalosi causati dai tassi BCE, il governo annuncia una tassa. A sorpresa. Senza calcolatrice. Poi la corregge. Poi la svuota. Alla fine, pagheranno solo briciole. Le banche ringraziano, gli italiani meno. E Banca d’Italia tace, per non disturbare la narrazione.

“Sì alla sovranità economica! ” (ma coi soldi degli altri)

Meloni parla di “sovranità”, ma intanto prende i fondi del PNRR, chiede flessibilità all’Europa e si indebita per mantenere promesse che non può finanziare. Sovranista coi deboli, europeista con la BCE. Un funambolismo perfetto, se non fosse che il debito pubblico ha superato il 140% del PIL e la crescita è al palo.

Altroché “governo del cambiamento”. Meloni ha solo cambiato nome alle stesse ricette di sempre. Quelle che piacciono a Confindustria e fanno finta di aiutare il popolo. Bugie ben confezionate, vendute in conferenze stampa amiche piene di enfasi e vuote di numeri. E chi osa sbugiardarla? “Gufo”. Ma i gufi, a differenza di certi economisti improvvisati, vedono bene anche di notte.

La squadra

“Governeremo con competenza e serietà.”

E così ha nominato sottosegretari con il diploma di YouTube, esperti di flat tax su TikTok, ministri che parlano come Lello Mascetti e, ciliegina sulla torta, quel capolavoro di dadaismo vivente del suo ex cognato.

Vogliamo dire due parole sulla modestia?

Meloni è talmente umile che ogni volta che parla si cita da sola: “Io, io, io…”, come se avesse riscritto la Costituzione nel tempo libero. E se la critichi? “Sessismo!” Anche se l’hai attaccata per le politiche economiche. Perché è risaputo che i numeri sono maschilisti.

La via dell’Europa

Meloni diceva: “Mai inginocchiata a Bruxelles”. Oggi però la vediamo sorridente con von der Leyen, più europeista di  Draghi sotto mentite spoglie. Ha votato il MES che voleva affossare, accettato PNRR impacchettati da altri, accolto senza fare un plissè la politica di riarmo che porterà nuovi tagli allo Stato Sociale e persino chiesto scusa agli euroburocrati per gli anni in cui li chiamava “servi della finanza”.

Il bello è che il suo elettorato ancora la applaude. Forse perché, più che cambiata, Meloni è semplicemente tornata quella che è sempre stata: abile nel travestirsi da outsider, ma in realtà figlia doc dell’apparato politico post berlusconiano, con tanto di pedigree missino camuffato da patriottismo pop. E chi le somiglia la piglia.

L’amico americano

Infine c’è il flirt internazionale. Giorgia ha trovato nell’arancione abbronzato di Donald Trump l’anima gemella: entrambi amano le crociate, i muri, le fake news e le frasi a effetto tipo “la sinistra ci vuole togliere il Natale”.

Quando Trump le fa i complimenti, lei si scioglie come un gelato alla festa di Atreju. Quando lui insulta la NATO, lei finge di non sentire, come chi cambia marciapiede quando vede l’ex. Intanto sogna un mondo in cui anche l’Italia ha il suo “Make Italy Great Again” con tanto di cappellino made in China. Trump è il modello perfetto dell’Italietta meloniana: urla, slogan e zero contenuti.

Insomma, se Giorgia fosse un prodotto, sarebbe venduta come miracolosa: elimina la povertà (degli amici), riduce la pressione fiscale (dei ricchi) e protegge i confini (sulla carta). Ma attenzione agli effetti collaterali: nausea sociale, eritema da propaganda e vertigini da incoerenza.

Alla fine l’invito sempre quello è: l’8 e il 9 giugno andate a votare, cazzo!

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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