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Il popolo non è un errore di sistema

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Toh guarda, il prodotto non corrispondeva alla pubblicità e l’America ha chiesto il rimborso. Per due anni Trump ha banfato di prosperità e niente guerre. Sono arrivati il carovita e la guerra con l’Iran. Lo psicobabbione non è stato sconfitto da un’idea, ma da uno scontrino.

Occhio però, perché non è una conversione al socialismo, così come chi vota contro Meloni non diventa per questo uno di sinistra. Il voto di protesta non è una tessera di partito. E la sconfitta di Trump non autorizza il centrosinistra a festeggiare come se avesse conquistato il Kansas, dove un dem non vinceva dal 1932.

È proprio a questo punto che la vicenda americana diventa interessante per noi.

I democratici hanno recuperato consensi anche perché alcuni loro candidati hanno provato a ricostruire un rapporto con elettori che consideravano perduti, evitando di trattarli come una massa di ignoranti. James Talarico, eletto in Texas, ha rivolto un messaggio anche a quelli che avevano votato Trump: ha detto che sarebbe stato anche il loro senatore. Una frase apparentemente banale, ma che contiene una lezione elementare di democrazia. Da noi una frase così verrebbe liquidata come populismo o come cedimento all’elettorato sbagliato. E Talarico passerebbe la serata a spiegare a un convegno perché quegli elettori non meritavano un senatore.

Lasciamo per un attimo Gioggia&soci a fare i vaghi su cappellini rossi, fellatio a stelle e strisce e guardiamo a sinistra: non sembra sempre che il primo requisito per essere considerati interlocutori politici degni sia quello di non essere quegli altri?

Ma certo che sì.

La questione non è nuova e non nasce con Elly Schlein. Ha radici in una trasformazione che attraversa almeno trent’anni di storia politica italiana.

La sinistra che aveva le sezioni, le case del popolo, i delegati sindacali e una presenza quotidiana nei luoghi di lavoro è diventata progressivamente una forza politica sempre più dipendente dai propri gruppi dirigenti, dai circuiti istituzionali e da un pezzo di società che ha conservato il linguaggio della rappresentanza popolare molto più di quanto ne abbia conservato la sostanza.

Non è che gli operai siano diventati improvvisamente dei rincoglioniti destrorsi perché hanno smesso di capire dove stavano i propri interessi. È che una parte della sinistra ha smesso di essere credibile quando parla di quegli interessi.

Se un lavoratore di Mirafiori vede il proprio futuro appeso alle decisioni di una multinazionale, se fatica ad arrivare alla fine del mese, se scopre che per una visita specialistica deve aspettare mesi oppure mettere mano al portafoglio, non gli si può rispondere con una lezione di educazione civica, un convegno sulla corretta terminologia inclusiva o l’ennesimo allarme sul fascio all’uscio. E non perché questi temi siano irrilevanti, ma perché nessuno di essi può sostituire una risposta alla condizione materiale delle persone.

Il problema non è parlare dei diritti, ma aver smarrito la capacità di tenere insieme quelli individuali e quelli sociali: la libertà di scegliere vale quanto le risorse che si hanno per esercitarla, e l’uguaglianza davanti alla legge non ha mai accorciato una lista d’attesa né riempito un frigorifero, perché la disuguaglianza, nella vita reale, non si presenta in tribunale. Cazzo, non funziona così!

E qui arriviamo a un altro equivoco che attraversa il centrosinistra: la convinzione che tutto ciò che non rientra nel proprio orizzonte culturale sia necessariamente reazionario. Chi pone una questione sulla sicurezza viene liquidato come un potenziale elettore della destra. Chi manifesta insofferenza per le trasformazioni economiche viene considerato un nostalgico. Chi non condivide una determinata sensibilità culturale all’apericena viene relegato al rango di problema sociale. Signora mia!

È questo un modo piuttosto curioso di intendere la rappresentanza. Invece di interrogarsi sulle ragioni del dissenso, si preferisce diagnosticare l’inadeguatezza di chi dissente. E poi tutti ad apprezzare il plateau royal accompagnato da un Cremant d’Alsace Aoc.

La destra, naturalmente, approfitta di questo spazio. Non perché abbia risposte particolarmente brillanti, come dimostrano questi anni di sgoverno, ma perché almeno riconosce l’esistenza del disagio e gli offre un bersaglio contro cui indirizzare la rabbia. Poi, una volta conquistato il consenso, sono le condizioni materiali a raccontare quanto valgano le promesse farlocche.

Trump lo ha appena sperimentato. E sarebbe bene che anche Meloni traesse qualche conclusione, prima di scoprire che il consenso elettorale non è una rendita perpetua. Anche se, a dirla com’è, le praterie dei fascioanalfaby sono sempre verdi.

Ma la lezione riguarda anche Conte, le piante ornamentali di AVS e tutti quelli che verranno risucchiati da quell’ idrovora che è il campo largo. Non si può costruire un’alternativa limitandosi a mettere insieme le sigle che si oppongono al governo, distribuendo promesse e immaginando che basti evocare la speranza per ricomporre una società che si è frantumata. Il Reddito di cittadinanza, il Superbonus e le nuove promesse di trasferimenti economici non possono diventare un surrogato di una politica industriale, di una strategia sul lavoro e di un progetto di trasformazione sociale.

Il punto, in fondo, è che gli elettori non chiedono di essere sedotti. Chiedono di essere presi maledettamente sul serio.

La politica non è una gara a chi possiede la silhouette morale meglio certificata, né un premio di condotta in cui il più progressista vince il diritto di rappresentare gli altri. La fiducia non si certifica, si concede, proprio come un fido in banca: alla prima rata che non rientra, te lo revocano.

E forse è proprio questo che una parte della sinistra italiana dovrebbe finalmente capire: il popolo non è un errore di sistema da correggere quando vota male. È il soggetto della politica.

Oppure vi attaccate al cazzo con le schwa, gli asterischi e gli unicorni rosa.
🌹🏴‍☠️

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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