Rivoluzione CulturaleSocietà e Cultura

La generazione che non crede più alle promesse

4 Mins read

C’è qualcosa che merita attenzione nella presenza sempre più numerosa dei giovani nelle piazze. Non perché i ragazzi abbiano improvvisamente scoperto la politica, come sembrano credere i commentatori che si stupiscono davanti a ogni manifestazione studentesca, ma perché la loro mobilitazione racconta una frattura che attraversa la società e va ben oltre la protesta generazionale. Riguarda il modello economico, la rappresentanza politica e soprattutto la promessa di futuro su cui si è retta per decenni la nostra organizzazione sociale.

Per quarant’anni ci hanno raccontato che il mercato avrebbe sistemato ogni cosa, che lo Stato doveva farsi da parte, che la competizione avrebbe premiato il merito e che ciascuno sarebbe stato responsabile del proprio destino. Ai giovani è stato spiegato che dovevano studiare, formarsi, essere flessibili, spostarsi, reinventarsi: diventare imprenditori di se stessi, possibilmente senza fare troppe domande e senza pretendere garanzie. Ricordo ancora la “Madonna piangina”, Elsa Fornero, che li invitava a non essere troppo «choosy», cioè a non fare gli schizzinosi: un consiglio prezioso, se non fosse che lo stipendio offerto ormai non basta nemmeno a scegliere.

Peccato che, mentre si chiedeva di essere resilienti ed elastici, si sottraevano le condizioni per poterlo essere. Il lavoro è diventato precario, i salari reali hanno perso potere d’acquisto, la casa si è trasformata in un lusso, i servizi pubblici si sono impoveriti e l’autonomia economica, che per i padri era una prospettiva concreta, per molti figli è un miraggio. A questa generazione si chiede di competere senza risorse, di progettare il futuro senza poter contare sul presente, di considerare un privilegio ciò che dovrebbe essere un diritto elementare: vivere del proprio lavoro.

Non è una crisi nata ieri, e sarebbe intellettualmente disonesto attribuirla al solo governo di Gioggia. Alle spalle ci sono quarant’anni di governi di centrodestra e di centrosinistra, di flessibilizzazione del lavoro, privatizzazioni e arretramento del welfare. In questa lunga stagione la sinistra istituzionale, invece di contrastare l’egemonia neoliberista, ne ha amministrato i presupposti, riservando alle conseguenze sociali qualche correttivo e molta retorica.

Il problema non è solo che la destra governi male, ma che gran parte della politica abbia smesso da tempo di immaginare una società diversa da quella esistente. Il governo attuale è solo l’esempio più recente, non l’origine. Gioggia ha costruito il consenso promettendo protezione: della famiglia, dei confini, dell’identità, della sicurezza: il solito kit di sopravvivenza con tricolore, Dio, patria, famiglia e un decreto sicurezza di scorta. Ma Lady Garbatella può dichiarare guerra ai maranza quanto vuole: se un giovane non riesce a mantenersi col proprio lavoro, la retorica identitaria serve a poco. Anzi, rischia di diventare una presa per i fondelli.

Il governo si presenta come difensore degli italiani, ma lascia intatti i meccanismi che producono insicurezza e impoverimento. Non affronta le cause del disagio, ne gestisce le manifestazioni, soprattutto quando diventano visibili nelle piazze. Chi si vede sottrarre la prospettiva di un futuro autonomo si ritrova trattato come un problema di ordine pubblico, e questo dice molto sulla distanza tra il Paese reale e chi pretende di rappresentarlo. Lo scriverò fino ad esaurire i polpastrelli.

Eccoci arrivati a bersaglio: la promessa neoliberista si è inceppata perché non mantiene più nemmeno le aspettative che aveva creato. E quando il futuro smette di essere una promessa individuale, torna a essere una questione collettiva. Per questo la presenza dei giovani assume un significato particolare quando le loro rivendicazioni incontrano quelle di lavoratori, pensionati e precari.

In un momento storico come questo, può prodursi qualcosa di politicamente interessante: la ricomposizione di una società che il mercato ha frammentato, abituando ciascuno a vedere negli altri dei concorrenti. Casa, salario, scuola, sanità, costo della vita, precarietà e guerre per procura non sono questioni separate, ma facce della stessa organizzazione economica.

Naturalmente una piazza non è ancora un soggetto politico, e la rabbia non è per forza una prospettiva di emancipazione. La mobilitazione può produrre solidarietà e consapevolezza, ma può anche disperdersi, ripiegare nel risentimento individuale o essere intercettata da chi offre risposte semplici a problemi complessi. La destra radicale, in Europa, ha dimostrato di saper incanalare il malessere contro immigrati, élite cosmopolite e Bruxelles, senza toccare i rapporti economici che lo alimentano: si contesta la globalizzazione in nome della nazione e intanto si lascia il lavoro subordinato al capitale. Il governo di Gioggia è tutt’altro che sovranista in materia economica, ma del sovranismo condivide la retorica per raccogliere il consenso facile del popolo degli analfaby.

Dall’altra parte, il centrosinistra paga l’incapacità di elaborare un’alternativa. Propone di fermare la destra con la ricetta che l’ha resa possibile: lo stesso mercato, ma con più rammarico. Non basta presentarsi come argine quando si considera inevitabile gran parte delle politiche che hanno prodotto il disagio. Non basta cambiare il personale politico senza mettere in discussione il modello che quel personale, con poche eccezioni, ha amministrato per decenni. E non basta chiedere ai giovani di tornare a votare senza offrire ragioni concrete per credere che la politica serva a qualcosa.

Che cosa servirebbe, allora? Sono il primo a non saperlo e, lasciatemi dire, diffido di chi lo sa. Servirebbe intanto riconoscere la domanda, il che sarebbe un cambio di stagione rispetto a quarant’anni di risposte preconfezionate. Non si tratta di stabilire se stia nascendo una nuova sinistra, né di attribuire ai ragazzi una consapevolezza politica che forse non hanno ancora. Si tratta di vedere che una generazione comincia a rifiutare l’idea che la propria condizione sia inevitabile. Non è poco, dopo tanto lavoro per convincere tutti che alternative non ce ne fossero e che l’unica libertà possibile fosse scegliere come adattarsi a un mondo che nessuno poteva cambiare.

Il neoliberismo ha insegnato a vivere come se si fosse soli, responsabili dei propri successi e soprattutto dei propri fallimenti. La piazza, quando mette insieme persone diverse attorno a problemi comuni, è già una smentita di quella lezione.

Per ora, non sappiamo ancora che cosa nascerà da questa mobilitazione, né se produrrà una nuova soggettività politica. Sappiamo però che quando una generazione mette in discussione il mondo che le hanno apparecchiato, il problema non è più generazionale. Diventa politico.

E, per chi governa, anche parecchio scomodo.

🌹🏴‍☠️

615 posts

About author
Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
Articles
Related posts
PartecipazioneRivoluzione Culturale

Sì può fare!

1 Mins read
Gioggia non ha paura degli anarcobabbioni come me, ma dei giovani sì, perché sa che possono rispedirla a fare la bulletta in…
Rivoluzione CulturaleStoria

La rabbia non basta

5 Mins read
“Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto pur di trovarne uno, mentre le imprese e le banche si…
Politica italianaSocietà e Cultura

Maranza siete voi!

3 Mins read
C’è una differenza fondamentale tra i maranza che il governo ci racconta e quelli che ci governano. I primi li riconosci subito:…
Entra nella Ittica Community

Non perderti i contributi dei nostri autori e rimani aggiornato sulle iniziative ittiche!