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Il mostro serve

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C’è un meccanismo che mi ronza in testa da un po’. Più lo guardo e più mi sembra ovvio fino all’osceno.

Certi soggetti politici, seppur marginalissimi oltre che strutturalmente incapaci di produrre egemonia dal basso, non muoiono nell’oblio che meritano perché qualcuno stende loro il tappeto mediatico.

CasaPound è il caso paradigmatico classico. Corrado Formigli, il progressista presentabile, quello col tono giusto e la giacca giusta, li invita in studio perché “bisogna sentire cosa hanno da dire”. E loro che cazzo avevano da dire? Niente che non avessero già urlato in strada davanti a trenta persone dal ghigno lombrosiano. Ma la telecamera moltiplica, la platea legittima e il dibattito in prima serata trasforma il gruppuscolo in fenomeno.

Stesso copione, registro più alto: Vannacci da Lilli Gruber. Otto e Mezzo, il salotto dei seri, quello dove si ragiona. La Queen indiscussa della sinistra à la page tratta il generale con tutto lo sdegno liberal di cui è capace. Il tono è grave, le domande circostanziate, la faccia dell’anchorwoman potrebbe sembrare quella di chi sta facendo giornalismo d’inchiesta, anche se il collagene abbonda e potrei sbagliarmi.

Comunque sia, il generale si accomoda e sfoggia il solito repertorio di risentimento in camicia con le maniche arrotolate, come uno che ha appena ordinato un altro giro al bar. Ah no, quello è Pozzolo.

Peccato che, quando esce dallo studio, VannaXi sia tre volte più grande di quando è entrato. Non perché abbia detto qualcosa di nuovo, ma perché è stato trattato come qualcuno che ha qualcosa da dire. E in televisione la forma è sostanza: se ti intervistano come se fossi importante, diventi importante.

Il punto qua, provo a dirla da assoluto dilettante delle dinamiche della comunicazione, non è la libertà di parola. Il punto è la produzione artificiale di rilevanza.

Il fascismo residuale e il nazional-populismo straccione sopravvivono non solo perché hanno effettivamente un radicamento sociale difficilmente riconoscibile dai loft dei quartieri belli, ma perché il sistema mediatico liberalprogressista ha bisogno del suo mostro. Ha bisogno dello spauracchio per non parlare d’altro. Per non parlare di classe. Di salari. Di chi produce la ricchezza e di chi se la intasca. Di perché un operaio di Melfi e un rider di Milano votano cose diverse pur avendo lo stesso nemico.

Il progressismo senza lotta di classe è giardinaggio. Tieni in ordine le aiuole dell’antifascismo, innaffi l’allarme democratico, e nel frattempo la distribuzione del reddito fa quello che vuole. Anzi, peggio: l’allarme fascista funziona come distrazione sistematica. Finché si parla di Vannacci e dei suoi lettori di provincia incazzati, non si parla di chi ha svuotato il welfare, esternalizzato la produzione, precarizzato una generazione intera. Non si parla del capitale, che non ha mai avuto bisogno di marciare in camicia nera per fare i suoi danni.

Così funziona il circolo: prima costruisci il mostro, lo porti in televisione, gli dai forma, voce e lo tratti da freak. Poi, quando la creatura che hai fabbricato ti spaventa, puoi alzare la mano e gridare “aiuto, ci sono i fascisti”.

Grazie al cazzo.

Li hai tirati fuori tu dall’oscurità in cui giacevano meritatamente. Tu che non li vivi sugli spostapovery e nel baretto dove vai a pranzare. Tu che chiudi lo studio televisivo e torni a casa tua a sorseggiare un Traminer.

Il mostro serve. Senza il mostro bisognerebbe spiegare perché dopo trent’anni di centrosinistra la classe lavoratrice sta peggio di prima. Ed è la domanda a cui Dietlinde aus Bozen non ha intenzione di rispondere semplicemente perché, come a VannaXi, non gliene frega uno schwanzstück.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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