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Il fascismo: un’arma sempre carica

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Il fascismo non nasce dal nulla. Non è un accidente della storia, né una parentesi oscura in un mondo altrimenti razionale. Il fascismo è – e resta – l’arma nel cassetto del capitalismo più bieco. Quella che si tira fuori quando il consenso si sbriciola, quando le masse iniziano a dubitare, quando il popolo, quello vero, non la sua caricatura televisiva, inizia a rendersi conto che “il mercato” non è una divinità ma un cappio.

Da un secolo a questa parte, ogni volta che la democrazia liberale entra in crisi, ecco rispuntare il fantasma in orbace: prima il manganello, poi lo spread, poi ancora i tecnici e infine il decreto sicurezza. Cambiano le forme, mai la sostanza. È sempre la stessa liturgia del potere che si traveste da ordine, buonsenso e patriottismo per rimettere in riga chi alza la testa.

In Italia questa liturgia ha trovato il suo profeta nel corruttore seriale e trombatore di minorenni Silvio Berlusconi. Fu proprio lui, tutto tronfio e soddisfatto, a rivendicare in più di un’occasione di aver sdoganato i fascisti. Da quel giorno la democrazia italiana, resa già parecchio ammaccata e fragile dai Borghese, dai Gelli e da qualche strage di Stato, ha cominciato a sciogliersi come neve al sole.

Non si trattava solo di parole. Il gesto simbolico di aprire le porte del potere a chi fino al giorno prima marciava con il braccio teso fu l’atto di nascita di una nuova normalità: l’idea che tutto si possa relativizzare, che il fascismo sia solo “un’opinione”, che la memoria storica sia un fastidio da manuale di scuola. Da allora, tra revisionismi, selfie con busti del Duce e borgatare in tailleur che Odino solo sa come siano arrivate dove sono, l’Italia si è abituata all’osceno. Un po’ come se nessuno alzasse il sopracciglio nel vedere Jeffrey Dahmer che conduce Masterchef.

Il capitalismo, intanto, ringrazia. Perché un popolo diviso, spaventato e nostalgico è un popolo docile. Perché mentre la destra agita lo spettro dell’“invasione”, le grandi famiglie economiche continuano indisturbate a privatizzare, delocalizzare e precarizzare. Il fascismo, in fondo, serve proprio a questo: distrarre, dividere, disciplinare.

Così, tra un talk show e un decreto legge, l’Italia del XXI secolo ha scoperto che si può essere post fascisti senza vergogna, patrioti senza memoria e liberali mentre si distrugge la libertà. È il capolavoro dell’ipocrisia capitalista: usare il linguaggio della democrazia per svuotarla dall’interno.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Una democrazia ridotta a farsa, un popolo che vota contro sé stesso, una memoria storica cancellata da influencer in doppiopetto. E il vecchio capitalismo, quello che nel ’22 applaudiva le camicie nere dalla fabbrichetta, oggi brinda soddisfatto nei consigli di amministrazione delle banche e dei grandi fondi: il trucco funziona ancora.

Inutile farsi illusioni, il fascismo non muore mai. Si mette solo comodo, in un cassetto, in attesa che il padrone di turno lo chiami di nuovo a servizio. Resta lì, con gli stivali lucidi, le medaglie di latta e tutto il resto, l’arma neanche troppo segreta del capitano d’industria di un tempo che si è evoluto nel magnate della finanza. In pratica, è l’upgrade di un Pokemon da stronzo a stronzissimo.

Il fascismo, come sempre, è lo spaventapasseri perfetto: urla, distrae, divide. E mentre tutti guardano il dito, il padrone ruba la luna. Dunque il fascismo non torna, siamo noi a lasciarlo entrare.

Quando andiamo avanti a testa bassa pensando solo al lavoro e alla carriera.

Quando tira aria di recessione e iniziamo a schifare quelli che stanno peggio, perché non sia mai che ci si ritrovi alla Caritas e non al buffet del resort.

Quando stiamo sul divano invece di alzare il culo e mobilitarci per cambiare le regole, soprattutto quelle elettorali che ci costringono a votare liste bloccate di gerontocrati, loro figli e nipoti e amici degli amici.

Il fascismo non è un ricordo del tempo che fu. È un utensile. Quando serve, il potere lo tira fuori, lo spolvera per bene e lo usa come l’ascia furbacchiona dell’antico proverbio turco, quella che andava tra gli alberi dicendo di essere una di loro, perché aveva il manico di legno. Allo stesso modo oggi ce lo infilano in tasca facendoci credere che sia nostro. Che poi mica vero che è la tasca.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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