Ci sono politici che fanno propaganda. Poi ci sono quelli che trasformano la propaganda in teatro. Ieri le pasionarie leghiste Sardone, Ceccardi e Cisint hanno scelto la seconda strada: bavaglio nero, facce da patibolo e racconto della “pioggia di denunce” intentata dagli islamisti per mettere a tacere le loro eroiche battaglie. Definisci eroiche.
Il copione a destra è sempre lo stesso: donne e uomini che passano con la disinvoltura degna dell’Actor’s Studio dal ruolo del livoroso persecutore a quello della vittima. La scena attuale vorrebbe essere quella della libertà di parola sotto assedio, ma è soltanto una torsione retorica che funziona perché si regge sulla memoria corta di un elettorato di fallocefali.
La ciliegina è la lettera inviata a Mattarella. L’Islam politico, ci spiegano le tre megere, metterebbe a rischio la tenuta democratica delle istituzioni. E così chi passa le giornate a trasformare ogni musulmano in un problema di ordine pubblico si presenta come ultimo baluardo della democrazia costituzionale.
La considerazione però è un’altra. Da quando ricevere una denuncia significa essere censurati? Le denunce possono essere fondate oppure infondate. Esistono i tribunali proprio per questo. Se uno ritiene di essere stato diffamato denuncia; se la denuncia è infondata viene archiviata. È il funzionamento elementare di uno Stato di diritto, non la sharia. Ma la vittimizzazione permanente è ormai il carburante di questa gente che, ricordiamolo, governa da quattro anni. Hanno bisogno di sentirsi dissidenti mentre governano, perseguitati mentre occupano ministeri, televisioni, fondazioni e giornali amici. È una recita continua nella quale chi ha il potere deve convincere gente che si scaccola all’osteria di esserne privo, altrimenti la narrazione salta.
È qui che la faccenda diventa grottesca. Non siamo davanti a donne politicamente silenziate. Siamo davanti a parlamentari con una visibilità enorme che trasformano qualsiasi contraddittorio, qualsiasi critica e persino qualsiasi iniziativa legale in un martirio che diventa strategia comunicativa. La destra identitaria contemporanea vive di questo paradosso. Costruisce campagne aggressive, usa parole pensate per colpire, polarizza deliberatamente il dibattito e poi, appena qualcuno reagisce, si imbavaglia e invoca il Presidente della Repubblica.
Care Sardone, Ceccardi e Cisint, la vostra non è difesa dei valori. È una linea di produzione d’odio a ciclo continuo. Il marchio è Salvini Premier, l’odore sempre lo stesso. Quel fazzoletto sulla bocca è la prima cosa intelligente che avete fatto in questi anni. Continuate così.
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