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Il partito della continuità

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C’è una parola che ha smesso di significare qualcosa a furia di essere pronunciata. La parola è “responsabile”.

Politica estera responsabile. Atlantismo responsabile. Europeismo responsabile. Postura responsabile. La si ripete come un rosario recitato fino a quando il significato si stacca dal suono e resta solo la cantilena. NATO, Bruxelles, alleati, impegni presi: un intero vocabolario costruito apposta per non dire mai cosa cambia, chi paga, chi guadagna. È lingua liturgica, non lingua politica. Serve a celebrare il rito, non a toccare la sostanza. E infatti non si tocca niente.

C’è una domanda che Schlein, Conte e gli alleati minori evitano come Dracula evita la luce del giorno: perché dovrebbero vincere?

Allora vediamo.

Sicuramente non perché abbiano ragione. In questo Paese di paraculi è troppo facile abbracciare i principi facendone retorica prêt-à-porter, ma se poi ti fai andare bene il riarmo targato Bomberleyen o gli sproloqui in salsa nazilituana di Kallas, il dubbio che ti stiano prendendo per il culo viene. E allora diciamolo ancora più semplice: perché un cassaintegrato di Mirafiori dovrebbe scegliere il cavallo progressista, se il cavallo corre nella stessa direzione di sempre, solo con la criniera tinta arcobaleno?

L’Ucraina è il copione perfetto: tutti recitano la stessa parte, solo con accenti diversi. Si discute se inviare un missile in più o uno in meno, mai se la guerra permanente sia una scelta o un destino. Sulla NATO si bisticcia sul tono, mai sulla genuflessione. Sul riarmo si litiga sull’etichetta, mai sul contenuto della scatola. E quando si invoca l’autonomia strategica europea, il massimo che si ottiene è gestire meglio la solita vecchia sottomissione a Washington, quella con più burocrazia e meno dignità, ma sempre “responsabile”, sempre con la faccia seria di chi sta facendo la cosa giusta.

Poi nelle segreterie di partito o nei talk show – a vederla la differenza – ci si stupisce se la gente non scatta a molla per recarsi al seggio. Sarò banale e tanticchio populista anch’io, ma perché votare chi promette la stessa minestra solo perché viene servita con posate più inclusive?

Nel frattempo il Paese vive da un’altra parte. Le liste d’attesa diventano un romanzo di Joyce. Gli stipendi restano la barzelletta d’Europa. I giovani fanno le valigie e non tornano. L’università campa di precari e buona volontà. La ricerca sopravvive per accanimento terapeutico. Le famiglie fanno i conti con bollette, mutui e carrello della spesa, mentre il salotto televisivo discetta di geopolitica come fosse l’ultima puntata del Grande Fratello.

Se davvero qualcuno volesse contendere voti alla Meloni — non il salotto, i voti — dovrebbe ribaltare il tavolo. Sanità, scuola, ricerca, salari, industria prima di tutto il resto. Dire dove si prendono i soldi (patrimoniale, taglio alle spese militari, tassazione degli iperprofitti) e dove si smette di buttarli (armi a Kiev, vertici inutili, consulenze d’oro). Lavoro prima dei comunicati congiunti. Ospedali prima dei vertici NATO. Buste paga prima delle pose atlantiste.

Invece no.

Si continua il rosario: atlantismo responsabile, europeismo responsabile, vincoli sacri, ineluttabilità del già deciso. È la politica secondo Thanos. Oh, Gioggia cita l’Universo Marvel e io non posso farlo?

Ecco allora che l’alternativa diventa una variante estetica della maggioranza. Stesso menù, piatto diverso. E quando il ristorante è identico, il cliente sceglie quello che già conosce, perché almeno sa cosa lo aspetta.

Qualcuno obietterà: sono proposte irrealistiche, incompatibili coi vincoli, con l’UE, con gli “alleati”. Probabile. Ma la politica viene prima della ragioneria, e comunque “irrealistico” è solo un altro modo responsabile di dire “non profittevole per chi decide”.

Per vincere devi convincere la gente che qualcosa di reale cambierà nella sua vita, non che cambierà il font del comunicato stampa. Se il messaggio è “faremo le stesse cose di Giorgia, ma con più empatia nei talk show e più sinonimi di responsabile”, non è un programma di governo. È un aggiornamento software con la stessa licenza.

Il problema è sempre lo stesso, da decenni: la politica italiana è una gara tra amministratori dello status quo, tutti ugualmente responsabili, tutti ugualmente innocui ai fini del cambio di paradigma. Cambiano i loghi, cambiano i selfie, cambiano le facce sorridenti sui manifesti, ma il recinto resta lo stesso. E quando tutti promettono continuità, vince chi gestisce il sistema con più mestiere.

La NATO, l’Europa, i vincoli, la postura, il posizionamento strategico, la parola “responsabile”. È una sorta di neolingua che rimanda dritta a Orwell e che serve a non toccare niente. Perché toccare le cose, oggi, è diventato sospetto.

E qui succede che nessuno si accorge del punto di rottura: non è che non ci siano differenze politiche, è che le differenze sono tutte interne allo stesso errore di sistema. Come scegliere tra due versioni dello stesso bug. E forse è questo il punto più sporco di tutti. Non che il sistema funzioni, ma che abbia insegnato a tutti a non immaginare un fuori. Un fuori vero. Un fuori senza autorizzazione.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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