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L’antifascismo militante di Eric Cantona

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Solo dopo il ritiro dal mondo del calcio Eric Cantona diede finalmente la sua versione sulla famosa pedata volante rifilata ad un tifoso di estrema destra: “Prendere a calci un fascista è stata la cosa migliore che ho fatto in tutta la mia carriera. Avrei dovuto colpirlo più forte. Non posso pentirmi. Mi sono sentito benissimo. Tutti sognano di prendere a calci un fascista, io ho realizzato questo sogno per loro”.

Cantona parlava come uno che aveva trasformato rabbia e disgusto dapprima in gesto estremo e solo dopo in racconto. E il racconto è stato potente, perché dice molto sul desiderio sempre meno sopito di mettere un freno netto all’avanzata agli eredi del pendolo di Piazzale Loreto et similia similibus curantur. 

Qua su ittica cerchiamo di andare sempre e comunque in direzione ostinata e contraria evitando di inneggiare alla violenza. O almeno ci proviamo. Un po’ di sarcasmo certo è doveroso, qualche appellativo irriverente pure, ma una cosa è la tentazione simbolica di brindare alla vista dei nostalgici di un passato che sa di orrore estromessi dalla vita pubblica. Un’altra è ritenere che la risposta migliore al fascismo sia il pugno vendicativo che soddisfa il momento catartico, ma poi resta da fare il lavoro lento e tenace che lo estromette dalle istituzioni e dalla cultura.

Detto questo, l’estrema franchezza di Cantona ha in ogni caso un merito, quello di ricordare che la lotta antifascista non è comoda né neutra, ma è un’urgenza morale. E allora, se vogliamo restare coerenti con noi stessi, trasformiamo la rabbia in strumenti concreti — educazione, giurisprudenza, mutualismo, pressione sociale — così la generazione successiva non sognerà più di prendere a calci nessuno perché il fascismo non esisterà più.

Non più tardi di ieri riflettevo sul “pragmatismo” liberale, molto di moda in questi tempi di concentrazione della ricchezza e alienazione dei diritti fondamentali, indicandone il ruolo di ossatura del fascismo, così come la piccola borghesia ne è stata la massa di manovra più o meno consapevole. Il fascismo, come dicevano sia Gramsci che Gobetti, non è una “frattura” del liberalismo italiano, bensì la sua degenerazione interna coerente.

Mi sbaglierò sicuramente, ma in questo scorcio di secolo vedo una triste  similitudine con quello che è accaduto esattamente cento anni or sono: così come fece Facta nel 1922, anche Draghi nel 2022 ha scambiato la cooptazione per neutralizzazione.

Facta sbagliò storicamente, ma chi conosce un po’ di storia sa che non era propriamente il più sveglio della nidiata liberale di quei tempi. Nonostante il precedente scolpito nella pietra, anche SuperMario Draghi ha ripetuto lo stesso paradigma, aggiornato in versione tecnocratica euro-atlantica. Ma l’abbaglio è lo stesso: credere che il fascismo da sempre latente nel Paese possa essere “usato” e non diventi invece il vettore vincente del ciclo storico successivo.

Facta allora e oggi Draghi confondono la gestione con il controllo. Ciò accade, a mio modesto avviso, perché il liberale italiano crede che la forma istituzionale sia ontologicamente più forte della forma politica che le entra dentro. Lo Stato è visto come “acido” in grado di accogliere, sciogliendoli, i fanatismi. Invece In Italia storicamente avviene l’opposto.

Oh, siamo partiti da un calciatore convintamente di sinistra e guarda un po’ dove siamo arrivati. Vedi un po’ che la sua soluzione sia da preferirsi ai pipponi (incluso il mio) come cura per la nevrosi da ricorsi storici.

🌹🏴‍☠️

 

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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