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Di padre in figlia

Marina Berlusconi ha deciso che Gasparri non serve più. Al suo posto Stefania Craxi. Forza Italia si rinnova così: la figlia del corruttore di Arcore, nonché proprietaria del partito-azienda, piazza la figlia del corrotto di Hammamet. Applausi dalla famiglia del Losco. Tajani spera nello scampato pericolo.

Qualcuno ha chiamato questa roba rinnovamento, ma è la parola giusta solo se intendi cambiare il nome sul campanello senza toccare niente dentro casa.

Tangentopoli avrebbe dovuto azzerare tutto. I processi, le televisioni che gridavano condanne, i politici in manette, Di Pietro che agitava le carte. Sembrava la fine di un’epoca. Non era la fine di nulla. Era un passaggio di consegne. I corruttori sono morti nel letto, i corrotti pure e, prima di andare, hanno sistemato i figli. Perché la famiglia è tutto. Così il partito diventa quota ereditaria, il seggio immobile di famiglia e la fedina penale il patrimonio da tramandare.

La Prima Repubblica non è finita. Ha semplicemente partorito la Seconda, che ha partorito la Terza, che al mercato mio padre comprò.  Tutte e tre sono la stessa generazione che si ripete per partenogenesi.

Berlusconi ha costruito un partito-azienda e lo ha lasciato alla figlia come si lascia una villa. Craxi è morto ad Hammamet con i soldi del PSI in tasca e la figlia oggi siede in Senato. Nessuno trova niente di strano. È l’ordine naturale delle cose.

In Italia la politica non è una funzione pubblica. È un mestiere che si tramanda. Come il fornaio, come il notaio, solo con più immunità, meno farina e meno clausole.

Tangentopoli ha seccato una generazione di politici. Ne è arrivata un’altra pressoché identica, con i cognomi giusti e i padri sbagliati. Trent’anni dopo siamo qui a commentare la successione dinastica come se fosse una non notizia. Non c’è un cazzo di scoop o di sorpresa. È una conferma.

Questo paese non cambia perché non vuole cambiare. Le dinastie restano perché a qualcuno conviene che restino, e quel qualcuno siamo anche noi che guardiamo, commentiamo, ci indigniamo per un quarto d’ora e poi torniamo a fare altro.

È proprio questo che ci fotte.

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