Matteo De Andrini è solo l’ultima rappresentazione di una parodia vivente. La sua canzone potrebbe incominciare così:
“le convinzioni durano il tempo di una sigaretta,
cambiano forma secondo il vento,
secondo il sondaggio,
secondo chi paga il service audio”.
Un cialtrone con un’infanzia non risolta si mette ogni giorno una maschera diversa. Un giorno è lo sbirro, un altro il giudice e un altro ancora la giuria. Poi, una calda sera d’estate, indossa la maschera di un poeta anarchico, il travestimento perfetto per un pubblico con la memoria corta e il corto circuito culturale di chi si appassiona per chi canta gli ultimi e contemporaneamente vorrebbe vederli in fondo al mare.
Faber cantava di puttane, drogati, disertori, anarchici e criminali, la fauna che il suo cosplayer padano vorrebbe schedare, respingere, fare scomparire con tanto di decreto sicurezza alla mano.
Non è la guerra di Piero quella che Matteo ci racconta, ma il suo contrario. È prendere la voce di chi il potere lo ha sempre disprezzato per usarla come sottofondo per la propria campagna elettorale permanente. E così il menestrello dei minus habentes canta chi vuole le guerre aperte, i porti chiusi e i confini armati.
Poi il concerto finisce, le luci si spengono, e resta solo l’eco di un uomo che ha cantato la libertà per un’ora e voterà contro di essa domani mattina. Nessuna redenzione nel bis. Solo il prossimo palco, la prossima maschera, la prossima sigaretta accesa per sembrare presentabile.
Perché De André era Faber.
Questo è solo Matteo De Andrini.
E noi sappiamo che è un coglione.
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