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Un Paese in perenne campagna elettorale

Per me il senso piu autentico del referendum dell’8 e 9 giugno su lavoro e cittadinanza sta nel vedere la faccia del fascista La Russa e di mezzo PD nell’apprendere che la gente è andata in massa a votare riappropriandosi del diritto di pensare con la propria testa. Dite che è poco? Forse è vero, ma sai che godimento! Roba che i bei tempi andati delle gite in bagno con il Postalmarket di nonna non ci si avvicinano neanche.

Nel Paese in cui ogni conferenza stampa di Meloni inizia millantando un “record di occupati”, c’è sempre il solito elefante nella stanza: oggi in Italia è povero oltre il 10% degli occupati (fonti: ISTAT e Forum DD). È qua che la retorica governativa inciampa nella realtà, perché lo zoccolo duro di povertà non si annida solo nei lavori irregolari, ma scavalla in settori coperti da contratti collettivi firmati, guarda un po’, dalle principali sigle sindacali. Alcune delle quali invitano a disertare le urne.

Commercio, turismo, ristorazione, logistica, vigilanza privata e servizi alla persona sono settori in cui la contrattazione, anche quando c’è, non basta a garantire un reddito dignitoso. Figurarsi poi se ci si mettono di mezzo i nipotini del duce o la sinistra dei carretti arcobaleno, purché non sfilino tra i poveracci di Barriera!

Quello che accomuna i fasci e i sussulti tardivi di Landini e Schlein è l’accettazione della povertà come condizione normale. Tuttavia alla povertà che si può calcolare con le formule si aggiunge un’area grigia che sfugge alla statistica, ma che è parte integrante del mercato del lavoro: sono le finte partite Iva, gli autonomi mascherati da dipendenti, il lavoro nero e i contratti pirata. È questa, come qualcuno l’ha definita, una zona franca in cui il lavoro impoverisce senza nemmeno la parvenza di tutele. Di fronte a questo scenario desolante, la risposta di Meloni è una sola: sparare cazzate propagandistiche a beneficio di quel 30% di ignoranti e nostalgici del pendolo di Piazzale Loreto che la vota e che è, ahimè, in continua ascesa.

L’opposizione cerca di recuperare consensi attraverso il quesito referendario sulla cittadinanza, ma ormai anche gli immigrati, quando votano, è più facile che votino di pancia, dunque altrove dalla sinistra. Va da sé che con queste premesse si capisce perché il referendum venga raccontato solo come scontro ideologico tra tifoserie. Nessuno ha invece il coraggio di dire che nel 2025 in Italia si può lavorare, pagare le tasse ed essere povero. Perché dirlo significherebbe ammettere che il mercato del lavoro non funziona da tempo e che bisognerebbe mettere mano quanto prima al paradigma che ha condotto al timone del Paese un’asina che non conosce neppure i fondamentali dell’economia, ma tanto a che serve nell’Italia della furbizia e del malaffare come regole di vita.

Richiamare la costruzione di una nuova egemonia culturale fatta di tricolore e difesa delle radici serve solo a ringalluzzire il conflitto tra ultimi a vantaggio dei pochi. L’Italia diventa ogni giorno più “piccola” e qualsiasi riforma, come il salario dignitoso o il ripensamento del modello renziano, continuano ad essere materia per una perenne campagna elettorale rimanendo castelli di carta buoni solo a lasciare intatte le rendite di posizione ascrivibili al privilegio. Al contrario, povertà e sfruttamento diventano, ogni giorno di più, una regola.

Andate a votare, cazzo!
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