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Referendum: il termometro infilato nel culo della Repubblica

Il ministro della Giustizia secondo Berlusconi Carlo Nordio, Nosferatu Sallusti, Biascicone Del Debbio, Vermilinguo Vespa, i tre moschettieri di regime Bignami, Delmastro e Donzelli e gli aspiranti ad uno strapuntino nel Meloni II come Marattin. Eccoli i partigiani del Sì!

Da qualche giorno questi maître à penser ci martellano le gonadi dai giornali e dalle TV di regime con una campagna referendaria degna dei peggiori bar di Caracas. Come se non bastasse quest’immagine a fotografare la deriva autoritaria in atto nel Paese, è arrivata ieri l’altro la richiesta da parte del ministero della Giustizia al sindacato dei magistrati, l’ANM, dell’elenco di privati cittadini che hanno dato finanziamenti al Comitato per il NO. Si tratta chiaramente di una schedatura a scopo intimidatorio.

Perché questo accanimento? Semplice: hanno paura della rimonta del no che, in caso di vittoria, rallenterebbe la trasformazione di questo già squallido paese in una democratura.

No dico, davvero vogliamo lasciare la barra del potere giudiziario agli analfaby funzionali, ai nostalgici della Premiata Salumeria Predappio e agli eredi del bunga bunga? La vittoria del SÌ, sapevatelo, come collateral damage spiana la strada al premierato forte e a Ignazio Benito presidente della Repubblichina. Ma quello mio di ragionare in direzione ostinata e contraria sulle cose è solo un brutto vizio che non riesco a perdere, mentre i fatti ci dicono che, assai più semplicemente, è arrivato il tempo in cui un popolo di ignoranti, rosiconi e sfiduciati trovi la sua immagine riflessa nel governo che si merita.

E allora “diggiamolo”!

I sondaggi ci ricordano che il Sì è avanti, ma sta perdendo colpi. La verità è che questo referendum non è una scelta. È un riflesso condizionato. Un colpo sul ginocchio della Repubblica per vedere se la gamba si muove.

Il Sì è la mano che batte il martelletto del governo con il maggior numero di pregiudicati della storia repubblicana. Costoro sono gli stessi che salvano bipartisan la madama Garnero dai processi e un attimo dopo tornano a fare teatrino nei talk show. Spoiler: è la solita liturgia del potere che si autoassolve riscrivendo le regole.

Il No è il nervo che risponde per inerzia, senza progetto, senza futuro, solo contrazione. Altro spoiler: nessuno dei due è vivo. Uno amministra e l’altro reagisce.

Poi c’è l’astensione, l’unica forza davvero coerente rimasta in questo Paese. Non protesta, non propone, non crede. Semplicemente si sottrae.

Se resta a casa, il sistema perde pressione, Gioggia il Presidento lo piglia nel fracco e il sogno di passare dalla Garbatella a Palazzo Venezia, puff, svanisce. Almeno per il momento.

Se esce a votare, può pure capitare che il sistema voli verso il premierato forte.

Perché il punto, a mio modestissimo avviso, non è chi vincerà. Il punto è che nulla cambierà abbastanza da giustificare l’energia spesa a discuterne.

Chi vuole il Sì parla di governabilità come se fosse una promessa.

Chi vuole il No parla di resistenza come se fosse una strategia.

Questo referendum non misura manco per il cazzo la direzione del Paese. Misura la sua densità. Quanto è diventato pesante. E quanto lentamente affonda nelle sue deiezioni.

Al netto dei fan di Gioggia il Presidento che bramano sempre un padrone, per tutti gli altri è innegabile che sia in atto un progetto autoritario internazionale che caratterizza le politiche della destra estrema: da Trump, passando per Orban e fino ad arrivare al riarmo in chiave nazionalista della Germania di Merz.

Ma c’è di più: quando il dissenso viene “tracciato” e l’indipendenza di un ordine dello Stato viene messa sotto tutela dall’esecutivo, è chiaro anche ai ciechi l’intento di spostare tutto il potere nelle mani del governo contenendo e, se necessario, reprimendo il dissenso. E si fottano Montesquieu e la puttanata della separazione dei poteri come principio cardine della democrazia!

È quanto basta per spingerci al voto e fare campagna elettorale per il no.

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