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La Regina MAGA e lo zio Sam

Ok, questo l’ho scritto di getto alle sette di questa mattina, dopo essermi un tantino rinfrancato per il padulo che si è infilato tra le chiappe di Trumpolo.

Intanto la conquista democratica di entrambe le Camere è confermata dall’Associated Press. Il resto si vedrà.

Buona lettura.

La parrucca di Marie Georgette comincia a perdere pezzi e il cappellino MAGA sembra avere qualche difficoltà a restare in equilibrio. E poi c’è Elly, con tanto di cilindro a stelle e strisce, già pronta a imbastire la supercazzola di rito, un po’ meno a scrivere un programma di governo che includa i “basici”: NO alla guerra e lotta alle disuguaglianze.

La vignetta è una caricatura, naturalmente. Ma il problema che rappresenta è piuttosto serio.

Donald Trump ha perso le elezioni di midterm. I democratici hanno conquistato il controllo di entrambe le Camere del Congresso, strappando ai repubblicani seggi anche in Stati che fino a ieri sembravano territori politicamente poco contendibili. Texas, Ohio, Kansas(!), Iowa, Carolina del Nord e Carolina del Sud sono soltanto alcuni dei risultati che raccontano in queste ore la portata della battuta d’arresto.

Non siamo davanti alla perdita di qualche seggio per fisiologica usura del potere, ma a un voto che consegna all’opposizione il controllo del Congresso e mette un limite alla libertà di manovra del babbione ciuffato e della sua corte di messianici e tecnonazi.

Il risultato non significa che il trumpismo sia morto, né che gli Stati Uniti abbiano improvvisamente scoperto il socialismo, circostanza che probabilmente provocherebbe qualche problema di digestione a Wall Street. Significa però che una parte consistente dell’elettorato ha presentato il conto a un’amministrazione che aveva costruito il proprio consenso sulla promessa di restituire agli americani benessere, sicurezza e controllo sul proprio destino, mentre il costo della vita, le tensioni internazionali e la gestione del potere sono diventati altrettanti terreni di contestazione.

Trump ha trasformato queste elezioni in una specie di referendum personale, salvo scoprire, a risultato acquisito, che il referendum non è andato esattamente come sperava. Adesso dovrà fare i conti con un Congresso nel quale gli avversari potranno ostacolare le sue iniziative, aprire inchieste e sottoporre l’amministrazione a un controllo assai meno accomodante di quello garantito dalla precedente maggioranza repubblicana.

E qui veniamo a Marie Georgette, per gli amici Gioggia.

La regina dei fascioanalfaby ha costruito una parte importante della propria collocazione internazionale sulla vicinanza politica e ideologica alla destra americana. Non si è limitata a intrattenere rapporti istituzionali con Washington, cosa del tutto normale per il Presidente del Consiglio, ma ha partecipato alla costruzione di un asse politico nel quale il trumpismo rappresentava un modello, una sponda e, almeno nelle intenzioni, una garanzia di protezione.

La relazione con Trump serviva a Gioggia anche sul piano interno. Permetteva di presentarsi come interlocutrice privilegiata della nuova destra americana, accreditando l’immagine di un’Italia finalmente tornata al centro della politica internazionale grazie alla speciale considerazione riservatale dalla Casa Bianca. Una narrazione che funzionava finché il potente alleato conservava il controllo della situazione.
Adesso il quadro cambia. Trump resta presidente, ma perde il controllo del Congresso e con esso una parte importante della capacità di determinare l’agenda politica americana.

Per Meloni il problema è trovare il modo di continuare a essere la migliore amica di un presidente che ha appena ricevuto una sonora sanzione elettorale, senza sembrare improvvisamente una vedova inconsolabile del movimento MAGA. Impresa non semplicissima, soprattutto considerando che la politica estera italiana, fra dazi, rapporti commerciali, NATO e guerre, non può essere amministrata a colpi di selfie, «disciamo» e lingue infilate nel retto.

Poi c’è la questione europea. Il trumpismo ha rappresentato per le destre nazionaliste del continente molto più di una semplice amicizia oltreoceano: è stato la dimostrazione che una determinata idea di società, fondata sulla contrapposizione permanente, sulla guerra culturale e sulla personalizzazione del potere, poteva conquistare il centro della politica occidentale. La sconfitta americana non cancella affatto questa esperienza, ma ne incrina la pretesa di inevitabilità.

E così, mentre Giorgia cerca di capire da quale parte della barricata convenga sistemarsi, Elly si prepara a fare la cosplayer dello zio Sam. Solito spoilerone: la vittoria dei democratici americani non coincide automaticamente con una vittoria della sedicente sinistra italiana. I democratici non sono manco per il cazzo un partito socialista, Sanders e la Ocasio non rappresentano un’alternativa radicale al capitalismo americano e non hanno certamente intenzione di organizzare l’esproprio proletario di Wall Street. Il loro successo elettorale non risolve la crisi della rappresentanza, non cancella le disuguaglianze e non restituisce automaticamente credibilità a un’opposizione che, dalle nostre parti, continua ad avere parecchi problemi nel parlare a chi vive di salario, dipende dalla sanità pubblica, aspetta una pensione o sopravvive con un lavoro precario.

Il punto, infatti, non è stabilire se la sconfitta di Trump favorisca Schlein o danneggi Meloni. Sarebbe una lettura piuttosto provinciale di un passaggio che riguarda l’intero assetto politico occidentale. La domanda interessante è un’altra ed è sempre la stessa: quanto è profonda la crisi del modello economico e sociale che ha prodotto il trumpismo e che, con caratteristiche diverse ma con alcune premesse comuni, ha alimentato anche il successo delle destre europee?

Già, perché il problema non è soltanto che le promesse della destra non siano state mantenute. È che salari insufficienti, precarietà, servizi pubblici impoveriti, disuguaglianze e insicurezza materiale non scompaiono cambiando il vestito di chi governa.

In Italia, peraltro, abbiamo un appuntamento che rende la faccenda particolarmente interessante. Il 2027 sarà l’anno delle elezioni politiche e il governo dovrà fare i conti con una situazione economica nella quale le promesse di prosperità, tagli fiscali e protezione sociale si sono ridotte a decreti repressivi e mancette preelettorali a pioggia. Ecco, ora i Fardelli&co. dovranno finalmente incontrare la realtà dei conti pubblici. Non basterà dare la colpa ai maranza, ai giudici o gridare all’islamocomunismo.

La vignetta però, spiego meglio per i comunistelli da ZTL, non racconta soltanto una Meloni in difficoltà e una Schlein che punta il dito. Racconta due modi diversi di interpretare una crisi politica che nessuno dei due schieramenti può considerare risolta per il semplice fatto che l’altro abbia perso qualcosa.

La Regina MAGA ha scoperto che gli amici americani toppano alla grande, mentre lo zio Sam ha ancora tutto da dimostrare. E il calendario continua a camminare.

L’elefante nella stanza, come al solito, non è chi siede sul trono. È che sotto il trono continua a esserci qualcuno che paga il conto.

Per dire.

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