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La rabbia non basta

“Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto pur di trovarne uno, mentre le imprese e le banche si scavavano la fossa con le proprie mani senza rendersene conto. I campi erano fecondi, eppure i contadini vagavano affamati sulle strade; i granai traboccavano, ma i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è sottile, quasi impercettibile, e che prima o poi qualcuno lo avrebbe attraversato. Intanto, il denaro che avrebbe potuto pagare i salari veniva speso in fucili e gas, in spie e liste nere, nell’addestramento di uomini incaricati di reprimere chi chiedeva soltanto di vivere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare”.

(John Steinbeck, Furore, 1939)

Sono passati quasi novant’anni da quando Steinbeck raccontava l’America della Grande Depressione, ma quella fotografia di un mondo capace di produrre abbondanza e miseria con la stessa disinvoltura non ha perso la propria attualità.

La contraddizione rimane intatta in tutta la sua drammaticità: si produce ricchezza che non arriva a chi la produce, si invoca la crescita mentre si impoveriscono i salari, si celebra la libertà di mercato mentre si restringono gli spazi di una vita decente. E quando qualcuno prova a protestare, improvvisamente le risorse che mancano per la sanità, la scuola, le case e le pensioni si trovano per finanziare la repressione.

La rabbia non nasce dal nulla e soprattutto non è un’invenzione di qualche cattivo maestro, come vorrebbe farci credere chiunque abbia interesse a trasformare una questione sociale in un problema di ordine pubblico. La rabbia nasce quando il lavoro non basta più a garantire una vita dignitosa o quando i giovani si accorgono che l’unico futuro che viene loro offerto è una successione di contratti precari. Ma soprattutto la rabbia cresce ogni volta che qualcuno, invece di interrogarsi sulle cause, si affretta a condannare le manifestazioni.

È precisamente ciò che sta accadendo oggi, mentre sotto la superficie apparentemente tranquilla della società si accumulano tensioni che la politica istituzionale è incapace persino di nominare. Le proteste, le mobilitazioni e il malcontento che attraversano categorie diverse e spesso lontane tra loro raccontano una frattura che non si lascia ricomporre con qualche bonus, una conferenza stampa o l’ennesima promessa elettorale. Questo non significa che ogni protesta sia giusta, che ogni rivendicazione sia condivisibile o che la rabbia, per il solo fatto di essere tale, possieda una virtù rivoluzionaria. Significa, assi più semplicemente, che una società nella quale le condizioni materiali dell’esistenza peggiorano, mentre la ricchezza continua a concentrarsi, non può essere governata all’infinito come se il problema fosse soltanto la cattiva educazione di chi protesta.

Eppure, proprio quando la realtà comincia a mettere in discussione gli equilibri esistenti, manca la parola capace di indicare una via d’uscita. Una parola che sembra diventata impronunciabile, perché basta nominarla per essere liquidati come nostalgici del bolscevismo.

La parola è rivoluzione.

Non parlo della rivoluzione trasformata in una posa, del culto romantico delle barricate o della ripetizione liturgica di formule che hanno perso ogni rapporto con il mondo reale. Parlo della possibilità di mettere radicalmente in discussione i rapporti economici e sociali che producono la miseria dei molti e l’abbondanza dei pochi. Il problema non è soltanto ottenere qualche concessione da chi governa, ma capire perché siamo costretti a chiedere continuamente il permesso di sopravvivere a chi trae vantaggio dal fatto che non possiamo più ambire a vivere.

Una rivolta generalizzata, tuttavia, non diventa rivoluzione per il semplice fatto di riempire le strade o di mettere in difficoltà il governo di turno. Senza una prospettiva politica, senza la capacità di riconoscere interessi comuni tra chi oggi protesta per il salario, chi non riesce a pagare l’affitto, chi difende i servizi pubblici e chi vede dissolversi ogni sicurezza, la rabbia resta prigioniera delle ragioni particolari che l’hanno generata. Può essere anche enorme, può spaventare i governanti, può costringerli a fare qualche passo indietro, ma rischia di esaurirsi nel momento stesso in cui non riesce a trasformarsi in una forza capace di cambiare le condizioni che l’hanno prodotta.

È il limite di una rivolta senza progetto: uno sfogo collettivo, un conato che libera lo stomaco senza riuscire a liberare la società dalle sabbie mobili neoliberiste in cui continua a dibattersi. Si protesta contro il carovita, ma il giorno dopo si torna a fare i conti con stipendi insufficienti; si scende in piazza contro le politiche del governo, ma il ricambio delle maggioranze lascia intatti i meccanismi che trasferiscono ricchezza dal lavoro alla rendita; si denuncia l’ingiustizia, ma manca la forza organizzata capace di trasformare la denuncia in un rapporto di potere diverso. E così la rabbia si consuma, si disperde oppure viene raccolta da chi promette di darle una voce per poi indirizzarla contro il bersaglio più comodo, possibilmente qualcuno che sta ancora più in basso.

Il potere conosce bene il pericolo rappresentato da una rabbia che riesca a riconoscersi. Per questo motivo insiste nel separare le proteste, nel contrapporre lavoratori pubblici e privati, giovani e anziani, garantiti e precari, italiani e stranieri, come se la precarietà dell’uno fosse la causa della povertà dell’altro. È così che il conflitto sociale viene raccontato come una questione di decoro, sicurezza e rispetto delle regole, mentre le regole che permettono a pochi di accumulare ricchezza e a molti di sopravvivere a fatica rimangono fuori discussione. Non serve neppure un gombloddo o la rievocazione del fantasma di Kossiga: basta che ciascuno continui a guardare il proprio vicino come un concorrente e non riconosca nel sistema che li impoverisce entrambi il vero terreno dello scontro.

Ecco perché la questione decisiva non è stabilire se la rabbia arriverà, perché in molte forme è già qui, ma capire che cosa sapremo farne. La Storia, da sola, non garantisce che la sofferenza produca coscienza, così come non garantisce che una crisi generi un’alternativa emancipatrice. La disperazione può alimentare la solidarietà, ma può anche trasformarsi in risentimento, ricerca di capri espiatori e desiderio dell’uomo forte. La destra ha dimostrato di saper sfruttare quest’ultima possibilità, presentandosi come nemica di un sistema del quale difende, nei suoi rapporti fondamentali, proprio gli interessi economici. Spoilerone: anche la sinistra!

Se vogliamo che la rabbia diventi qualcosa di più di un’interruzione temporanea della normalità, dobbiamo tornare a porci una domanda che per troppo tempo abbiamo lasciato ai margini: quale società vogliamo costruire al posto di questa? E, soprattutto, abbiamo veramente interesse a farlo?

Non sono certo io, dal mio angolino anarco nichilista di Barriera, ad avere le risposte. Quello che vi dico è che non basta denunciare le disuguaglianze e indignarsi davanti all’ennesimo sopruso del potere. Occorre ricostruire una prospettiva capace di legare le lotte, di dare continuità alle mobilitazioni e di indicare un obiettivo che non coincida semplicemente con la sostituzione di chi siede al governo. Occorre restituire un significato concreto alla parola rivoluzione, liberandola tanto dalla caricatura propagandistica di chi la teme quanto dalla nostalgia sterile di chi la ripete senza più sapere a quale trasformazione dovrebbe corrispondere.

Steinbeck raccontava uomini che cercavano lavoro e cibo mentre il sistema che li affamava continuava a difendersi con le armi. La lezione che dovremmo trarne non è che dalla fame nasca inevitabilmente la rivoluzione, ma che nessun ordine sociale può cancellare per sempre le contraddizioni sulle quali si regge. Può contenerle, reprimerle, frammentarle e persino convincere chi le subisce che non esista un’alternativa. Non può però trasformare all’infinito la miseria in consenso senza correre il rischio che la rabbia, prima o poi, trovi una strada.

La strada non si apre da sola. E se non vogliamo che a indicarla siano ancora una volta i professionisti del risentimento come Sardone e il Girasagre, i fasciodemagoghi come Gioggia e i servi dei padroni mascherati da liberali come la trimurti Marattin, Renzi e Calenda, sarà necessario che qualcuno ricominci a immaginare un cambiamento radicale, a organizzarlo e a renderlo possibile. Senza aspettare che il bisogno diventi disperazione, senza scambiare il rumore della protesta per la forza di un progetto e senza vergognarsi di pronunciare una parola che il presente vorrebbe seppellire.

Rivoluzione, appunto. Non come evocazione di un passato da restaurare, ma come possibilità di smettere di considerare inevitabile un mondo che, per continuare a funzionare così com’è, ha bisogno che sempre più persone accettino di vivere sempre peggio.

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