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La megera del bosco

Fermi tutti.

Questo di MAGA Magò Meloni è lo stesso governo del decreto Caivano. Quello del pugno duro. Quello per cui la certezza della pena è sacra, i genitori negligenti vanno in carcere e lo Stato entra nelle famiglie problematiche con tutto il peso della legge. Sì vabbè dai, ma quella era un’altra stagione elettorale. Ora serve un altro nemico. E noi sappiamo che è solo l’adesso che conta per Giorgia e i suoi elfi.

Va da sé che alle famiglie smandrappate da dare in pasto al solito elettorato di ignorantelli e nostalgici si sostituiscono, in un amen, i giudici che fanno troppo i giudici, che eseguono la legge, che tolgono i bambini a chi non li manda a scuola, esattamente come prevedono le norme. Ma questo adesso non va bene. E allora la madre sciroccata del bosco diventa una martire. I bambini che dormono all’addiaccio e non hanno mai visto un cesso con la tazza diventano figli della libertà. È Il decreto Caivano reinterpretato ad cazzum suum: a seconda di dove tira il vento e di chi bisogna colpire.

C’è qualcosa di profondamente grottesco nel teatro politico italiano di oggi ed è una premier che governa come se fosse in tour promozionale permanente. Da uno studio televisivo all’altro, da una diretta social alla radio, con la stessa frequenza con cui passa il tormentone di Sal Da Vinci. La differenza è che qui non si vende un album, ma una narrazione.

La scena è sempre la stessa: la leader che scende nel fango emotivo della cronaca, raccoglie un caso isolato, lo solleva come una torcia e lo usa per illuminare un intero sistema che, guarda caso, è il nemico politico del momento: il potere giudiziario. Il copione è elementare ma efficace. Prima si costruisce la fiaba: la madre, il bosco, i bambini. Poi si suggerisce il mostro: la magistratura che decide, separa, interviene. Infine arriva l’eroe politico che promette di ristabilire il “buonsenso”. Una drammaturgia che funziona benissimo nei talk show, molto meno quando si tratta di governare uno Stato di diritto.

Perché il dettaglio fastidioso, quello che non entra bene nella sceneggiatura, è semplice: a decidere l’allontanamento dei minori non è stato un algoritmo malvagio né una cospirazione giudiziaria. È stato un giudice. Applicando norme, procedure, valutazioni. Insomma, quella cosa noiosissima e tanticchio per addetti ai lavori che si chiama ordinamento giuridico. Ma la complessità non funziona in TV. Serve il simbolo, serve il colpevole. Così il governo che ama mostrarsi inflessibile diventa improvvisamente tenerissimo quando l’obiettivo polemico sono le toghe. Il pugno di ferro si scioglie in carezza. I minori diventano argomento, i genitori diventano bandiera e la cronaca si trasforma in clava politica.

È una tecnica ormai rodata: prendere un fatto particolare e gonfiarlo fino a farlo diventare paradigma nazionale. Non importa se i contorni sono sfumati, se le responsabilità sono multiple, se i tribunali minorili lavorano su dossier lunghi centinaia di pagine. La realtà è lenta, la propaganda è velocissima. E nel frattempo, mentre la politica rimesta nel calderone delle emozioni, il Parlamento resta sullo sfondo come una scenografia dimenticata.

Il paradosso è questo: la politica che più parla di ordine sembra avere un rapporto sempre più fragile con i luoghi dove quell’ordine dovrebbe essere discusso e costruito. Meglio il palcoscenico mediatico, dove il conflitto è semplice, le parti sono chiare e la storia dura un ciclo di notizie.

Dal “modello Caivano” alla “famiglia del bosco” il passaggio è quasi naturale: cambia il titolo, non il metodo. La cronaca diventa materia prima per l’indignazione governativa, una risorsa narrativa da sfruttare fino all’ultima goccia.

Invece noi che non ci rassegniamo ai plot scontatissimi di TeleMeloni scopriamo che la megera del bosco non vive nel bosco, ma a Palazzo Chigi, porta il tailleur e questa settimana ha deciso che la sua battaglia più urgente — più urgente del carovita, del referendum del 22-23 marzo sull’autogoverno della magistratura e di qualsiasi cosa accada nel mondo reale — è una rincoglionita che fa cacare i figli in una buca nel terreno.

Al netto dell’opinione sulla vicenda in sé resta una domanda, semplice e scomoda: se questa è la buona politica — quella che si nutre di simboli, casi limite e battaglie mediatiche in un Paese alla canna del gas per economia, sanità, istruzione e trasporti — allora cosa dovrebbe essere la cattiva politica?

A forza di governare come se fosse sempre in diretta televisiva, questo Paese è diventato uno studio.

Il 22 e 23 marzo spegniamo la TV, usciamo dal bosco di Giorgia. E votiamo “NO”!

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