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La guerra culturale divide gli elettori; il capitale unifica le élite; gli Avengers di ‘sto cazzo vigilano.

Il comunismo evocato da Trump nel discorso di celebrazione del 4 Luglio è un fantasma utile. Non serve a descrivere la realtà, serve a impedire che qualcuno descriva il capitalismo realmente esistente. Se il nemico è sempre un’ideologia dell’Ottocento, nessuno guarda il potere concreto del ventunesimo secolo: piattaforme, fondi d’investimento, monopolizzazione dei dati, finanza globale. Si combatte un cadavere per non vedere il predatore vivo.

Il fatto che l’unico comunismo reperibile sia un’allucinazione presidenziale è la prova migliore del “realismo capitalista”: non esiste più un’alternativa pensabile, quindi va inventata come minaccia paranoica per simulare che un fuori ci sia ancora. Il nemico è necessario proprio perché non esiste.

L’errore, bella gente, è continuare a pensare che l’impero coincida con un presidente. Trump passerà. Biden è passato. Ne arriveranno altri. Wall Street, i grandi fondi, il dollaro come valuta di riserva e la capacità americana di assorbire capitale globale restano. Cambia la scenografia, non il meccanismo. Chi attribuisce tutto al carattere di un presidente continua a scambiare l’attore per il teatro.

Ricordate che dietro al babbione aragosta ci sono personaggi mica da ridere come Vance, il suo vice, e Hegseth il Segretario della guerra. Ma non solo. Ci sono pure i tecnoteologi Thiel e Karp. Cosa potrebbe andare male?

Però dai, gli hamburger di Villa Taverna erano eccezionali!

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